- Questioni internazionali
LA DITTATURA DEL PROLETARIATO
E LA QUESTIONE NAZIONALE,OGGI
- E' fuor di dubbio che, dopo la fine drammatica e vergognosa del socialimperialismo russo ( kruscioviano-brezneviano), ora appaia con tutta la sua violenza, il suo diktat e la sfacciata criminalità, l'imperialismo delle cristianissime " civiltà " delle fatiscenti metropoli. Tutti i problemi sono sul tappeto, non c'è aspetto della vita sociale che non sia minato dal cancro del profitto, che in modo forsennato e parassitario divora i lavoratori, i popoli, il pianeta. Ai comunisti si pone perciò il compito di stabilire, per questi problemi concreti, immediati, la strategia e le tattiche, i metodi e le forme della lotta per la dittatura del proletariato, il socialismo e il comunismo.
Se resta una ' conditio sine qua non ' il metodo di analisi scientifico della società, che per noi è il marxismo-leninismo, le questioni all'ordine del giorno sono dunque politiche.
La crisi del movimento comunista in alcune aree è perciò il frutto della mancanza di una Linea generale politica, mancanza che si riflette nella confusione, nell'arretratezza degli obiettivi, negli ondeggiamenti a destra e a "sinistra", e quindi nella mancanza di unità, di fronte alla globalizzazione, allo strapotere finanziario degli " arcani imperi", alle alleanze militari internazionali, fondate sul nucleare, il dominio planetario tecnico-scientifico delle fonti energetiche e alimentari.
Questa crisi non è sorprendente, come non lo è il voltafaccia di molti partiti e intellettuali, è una storia che si ripete. In questa situazione è ovvio che i capitalisti cerchino di alimentare la divisione e la confusione, non solo con il bieco anticomunismo, ma con politiche miranti a deviare le lotte della classe operaia, dei popoli e delle nazioni su vie sbagliate.
Qui vogliamo accennare a due questioni a nostro parere centrali per la crescita del Movimento Comunista; questioni che sottoponiamo al dibattito.
E precisamente: la dittatura del proletariato e la questione nazionale.
Noi riteniamo attuale e di grande valore strategico l'indicazione di Enver Hoxha che oggi la rivoluzione è una questione posta e che va risolta. Prospettiva che già Stalin nel 1929 indicava per tutto il mondo.
A qualcuno questo obiettivo politico, ad un'analisi superficiale, può apparire non proponibile.
Ma l'alternativa qual'è? Andare al carro della democrazia piccolo borghese e dell'aristocrazia operaia?
Al carro di un loro Governo che "dovrebbe" temperare il dominio delle " multinazionali " e dell'oligarchia finanziaria? Nell'illusione di partecipare al banchetto? Si badi, qui parliamo del programma del proletariato, della politica che i comunisti debbono agitare fra i lavoratori. Nulla a che vedere con le giuste e necessarie
tattiche di fronte Unito con le forze democratiche borghesi, per paralizzarle ( Stalin ) o per averle alleate nelle diverse fasi della lotta di classe.
Ma, nell'era della globalizzazione economica, finanziaria, tecnologica e scientifica, questo obiettivo, del potere proletario, è possibile e proponibile non solo nelle metropoli, ma anche, nel cosiddetto " terzo mondo"?
Senza dilungarci qui sui noti perchè le metropoli finanziarie vanno verso l'implosione, preannunciata dalle crisi e dalla recessione in atto da anni anche nell'interland e nelle periferie imperiali ( Giappone, Tigri Asiatiche, Messico, ecc. ) il quesito è: quale sbocco?
Vediamo dove hanno portato e portano le teorizzazioni di compromesso dei vari: Zyuganov, Ramiz Alia, Joaos Amazonas; cinesi, coreane, cubane, ecc. Quali " alternative" rappresentano i vari partiti riformisti in Polonia, nella Rep. Ceca, in Albania e via dicendo.
Quale futuro riservino per il popolo certi governi " nazionali " in Venezuela, in India, in Iran, in Cile, ecc. Come l'alternanza: fascismo-democrazia sia la tattica ormai arcinota del bastone e della carota.
Tutte queste "soluzioni" ( compreso i governi D'Alema e Amato) dimostrano la gravità della crisi generale del Sistema, e quindi l'attualità - per la classe operaia - dell'alternativa di potere. E' ovvio che non si intende che oggi si ponga il problema immediato del potere; si pone però per la classe il suo obiettivo, che va conosciuto, propagandato, praticato nel quadro delle lotte quotidiane per il lavoro, il salario, lo Stato sociale, la pace, l'indipendenza e la sovranità.
Certamente nel " terzo mondo" la forma del potere sarà per la classe, la dittatura democratica del proletariato, intesa come alleanza con i contadini e la piccola borghesia urbana e rurale lavoratrice.Ma la direzione dovrà essere nelle mani della classe operaia e del suo Partito.
Se in un determinato Paese esiste una situazione transitoria di " equilibrio" fra un fronte di forze e l'imperialismo, la classe operaia deve incalzare le classi intermedie, allargando lo schieramento di lotta, con un processo ininterrotto rivoluzionario.
Il Movimento Comunista soffre in certi paesi di inesperienza, di abitudini ereditate o dal vecchio revisionismo, o dal rivoluzionarismo piccolo borghese. Le conseguenze sono varie: separazione fra lotta economica e lotta politica, ( concepita solo nella forma parlamentare), confusione fra politica del Partito e politica di Fronte, militanza burocratica e conciliatrice nei sindacati e negli organismi di massa, oppure sua negazione settaria; ignoranza della necessità di lavorare per conquistare, ricostruire, proprie cinghie di trasmissione.
Una questione all'ordine del giorno è il lavoro per sviluppare, aggregare, confrontare tutte le forze che si dicono comuniste o antagoniste, con iniziative su vari livelli politici o ideologici.
Questo significa cercare giorno dopo giorno, l'unità di classe, senza rinunciare alla lotta ideologica contro l'opportunismo. Bisogna evitare l'effetto matrioska, cioè far si che possibili alleati trasformino i nostri partiti in cinghie di trasmissione del riformismo, e non il contrario, e cioè che noi nel quadro del Fronte Unico proletario e del Fronte Unito democratico, facciamo delle varie forze sociali e politiche, cinghie della politica rivoluzionaria (alleati permanenti o compagni di strada che siano). E'questa una questione che si vive specie nei paesi ex socialisti, e per quanto riguarda i sindacati anche in "occidente".
Sappiamo da sempre che nella lotta ci sono periodi di flusso, oppure di riflusso, e che ad essi corrispondono metodi e forme di militanza e di rapporto con le Istituzioni, differenti; comunque mai deve venir meno il principio che le varie tattiche sono la realizzazione concreta, quotidiana, della strategia, che la politica dirige l'economia, e la democrazia serve la rivoluzione. L'essenza dell'opportunismo togliattiano non stava nell'aver utilizzato tutti gli spazi democratici, ma nell'aver relegato la politica rivoluzionaria, la prospettiva socialista, nel lontano ( e istituzionale) futuro, separando ( e poi negando) la lotta di classe contro lo Stato per il potere.
Come oggi, l'opportunismo, ad esempio in Russia con il Partito di Zyuganov, consiste nel far sfociare la lotta di classe ( in una situazione sociale drammatica) nelle Istituzioni e nel porre come obiettivo politico non la dittatura del proletariato, ma il ritorno al "socialismo" burocratico brezneviano, al paradiso dei Boiardi di Stato, in un'economia mista, aperta al Capitale finanziario internazionale.
Patetica e forviante è quindi la parola d'ordine del ritorno alla vecchia Unione Sovietica; sarebbe come se gli operai tedeschi dell'est chiedessero il ritorno della Rep. Democratica, o il proletariato francese la restaurazione della Comune di Parigi.
E' evidente che per ogni Partito si pone, rispetto ai metodi e alle forme della lotta di classe, innanzi tutto il problema della Direzione della classe, e per questa, la questione dell'egemonia nel Fronte.
Sappiamo per esperienza che il nostro lavoro non è facile , che molti opportunisti sono acerrimi nemici dei comunisti, settari e intolleranti, ma noi dobbiamo fare molto affidamento sulle cellule ( riservate) che svolgono l'attività nelle realtà di massa.
E veniamo alla questione nazionale.
Accade che, per inesperienza, per sciovinismo di grande Stato, o per nazionalismo gretto, che si deformi il problema nazionale.
La sottovalutazione del ruolo delle nazioni nella lotta all'imperialismo è spesso il frutto di concezioni democratiche borghesi, le quali possono tuttalpiù proporre alle minoranze, l'obiettivo dell'autonomia.
In questo modo si restringe l'arco del fronte e si indebolisce il Partito e tutto il Movimento.
Lenin ha più volte ribadito che rispetto alle lotte nazionali progressiste, i comunisti devono giungere ad affermare il diritto all'indipendenza, ad uno Stato proprio. Questo era giusto ieri, e anche oggi, con la globalizzazione.
Certamente per i comunisti, per il proletariato in quanto classe, le lotte nazionali " sono una particella dell'assieme del movimento socialista" (Lenin), per cui noi lavoriamo affinchè queste lotte si fondino con la rivoluzione proletaria, che per sua natura è internazionalista.
Ma se in situazioni specifiche ( e sono numerose) le nazioni assestano un colpo di maglio all'imperialismo, è nostro dovere sostenerle.
Negare i diritti nazionali democratici fino all'indipendenza, significa perpetuare lo sfruttamento e l'oppressione delle nazioni ricche su quelle povere. Ignorare i diritti delle nazioni autoctone ( ad es. gli indios) significa negare la politica di dittatura democratica del proletariato.
Lo sciovinismo di grande Stato da cui non sono immuni diversi partiti di "sinistra", si maschera sotto varie etichette. Gli "interessi del Paese", "l'integrità dello Stato" e così via.
Oggi, abbiamo un'originale variante dello sciovinismo: quello "antiimperialista" e "pro-socialista" di alcune frange di "sinistra", le quali in nome di un irreale ritorno all'Unione Sovietica oppure della lotta agli USA, sempre, comunque, ovunque, appoggiano la politica reazionaria di un Putin in Cecenia ( Zyuganov), o di un Milosevich nella Kosova.
Il Movimento comunista deve far proprio il pensiero di Marx, Engels, Lenin e Stalin sulla questione nazionale. E cioè l'unità delle nazioni attorno al proletariato per l'emancipazione totale, politica, economica e culturale, da ogni oppressione. E nel contempo il diritto all'indipendenza delle nazioni.
" Ciò non vuol dire, naturalmente, ( scriveva Stalin) che il proletariato debba appoggiare qualsiasi movimento nazionale, sempre e dappertutto, in tutti i singoli casi concreti.Si tratta di appoggiare quei movimenti nazionali che tendono a indebolire, ad abbattere l'imperialismo e non a consolidarlo e a conservarlo".
La questione dei diritti delle nazioni è dunque una parte della questione generale della rivoluzione proletaria, è una parte subordinata al tutto.
Spetta ai comunisti sulla base dell'analisi concreta internazionale e nazionale, valutare se un determinato movimento serve alla rivoluzione, oppore all'imperialismo, o alla reazione.
Non di rado accade che una lotta nazionale si trovi fra due fuochi: l'imperialismo e la reazione interna, e che essi siano in lotta fra loro, per cui si ponga il problema di fare accordi o compromessi seppur temporanei, negare questa necessità è " sommamente ridicolo" ( Lenin).
La Storia è piena di questi accordi o compromessi, che vengono determinati in base alle priorità. Ma il Patto Ribbentrop - Molotov di non aggressione, non era un'alleanza, o il fare affidamento sul nemico di domani.
Come il fronte antifascista non significava - per il proletariato - rinunciare alla propria indipendenza politica, al socialismo, alla strategia. L'esperienza della Lotta di Liberazione in Albania, in Cina, in Viet-Nam sono stati esempi di coerenza e di duttilità tattica nella lotta per l'indipendenza.
Elemento decisivo che fa si che una lotta nazionale non sia manipolata dall'imperialismo o dalla reazione ( che comunque trovano prima o poi un terreno di accordo - si veda l'Iran, la Yugoslavia, ecc. ) è, specie in questa epoca, la direzione della lotta da parte del proeltariato e del suo Partito.
Se manca questa direzione, se la lotta di una nazione non è parte del tutto, della rivoluzione, può andare incontro ad amare sconfitte.
Dunque, la lotta per il Socialismo è attuale ovunque.
Sulla base quindi della strategia per il potere, si definiscono in sintonia con l'andamento della lotta di classe, le tattiche. Nella capacità di un Partito di adottare tutte le tattiche, di capire cioè nelle varie fasi i metodi e le forme della lotta, si verifica se questo Partito è veramente rivoluzionario e d'avanguardia.
Viceversa se subordina la strategia ai compromessi, se non utilizza metodi e forme opportune, se coltiva illusioni sulle congiunture, sui compromessi, se non ha chiaro l'obiettivo strategico e non lo realizza nel quotidiano, si incammina su una via sbagliata ed è votato ad un ruolo subordinato e alla sconfitta.
Vale il principio di Enver Hoxha, che non nega i compromessi : non ci si appoggia su un imperialismo per combattere l' altro imperialismo .
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