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- Merce, Valore e Legge del Valore
nella dittatura del proletariato
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- Nel movimento rivoluzionario mondiale e di pregnante attualità il dibattito sull'esperienza storica della
dittatura del proletariato. L'importanza di questo confronto deriva dalla necessità di ristabilire con rigorosità
scientifica quali debbano essere le fondamenta teoriche e gli obiettivi politici e strategici della lotta di classe del
proletariato e dei popoli, e questo perché tutti avvertiamo l'avvicinarsi di grandi tempeste rivoluzionarie preparate
dalla decomposizione planetaria dell'imperialismo mondiale, il quale spinto dalla Legge del massimo profitto
porta, con la sua politica liberista, alla miseria e alla disoccupazione milioni di proletari e alla morte per fame
interi popoli.
Guardare dunque all'esperienza rivoluzionaria di questo secolo, non significa difendere per motivi
sentimentali una Storia gloriosa, ne alzare la bandiera del settarismo per timore di dare argomenti al nemico di
classe.
Ma questo dibattito non e un monologo, e una lotta contro l'ideologia borghese, che, proprio per
l'attualità della rivoluzione, avviene anche nel seno stesso del movimento proletario.
Nd comunisti abbiamo il nostro metodo, che non è ne metafisico (immutabile) ne idealistico, ma
materialistico, dialettico e storico. Esso si fonda quindi sull'analisi concreta, che tiene conto dei processi storici
reali nel loro divenire in tutti i loro molteplici aspetti, così come la Storia li ha posti; per cui noi respingiamo
qualsiasi concezione che pana dai modelli precostituiti del socialismo utopistico. Questo non significa, anzi il
contrario, esimersi dall'analisi critica del cammino che le masse oppresse hanno intrapreso sulla via
dell'emancipazione sociale e della libertà.
Ma questa analisi deve portare al consolidamento e allo sviluppo del marxismo-leninismo, scaturito
dall'esperienza generale di tutto il Movimento e non il contrario. E questo perché la nostra teoria non è ne un
dogma a cui la realtà deve adeguarsi, ne una concezione che ad ogni svolta repentina o ripiegamento, deve essere
negata dalle fondamenta. La nostra dottrina è un edificio che si arricchisce e si perfeziona sulle vie inesplorate
della lotta contro il vecchio mondo. La necessità di comprendere i riflussi
della Storia e perciò un momento di sviluppo della teoria.
Per tutti questi motivi noi respingiamo le lesi di coloro -specie i trotzkisti- che sostengono che le nostre
sconfitte siano da imputare non al nemico di classe, cioè alla borghesia principalmente, ma ai comunisti o al
socialismo in quanto tali.
Per i marxisti-leninisti sono concetti acquisiti che il socialismo -prima fase del comunismo- è l'altro
aspetto della contraddizione di classe con l'imperialismo capitalista, per cui entrambi sono interdipendenti, cioè
lottano e si condizionano a vicenda su tutti i terreni. Per noi è ovvio che quelle società che imboccano la strada
del socialismo e che hanno come uno dei compili primari quello della costruzione delle basi materiali della nuova
società comunista, abbiano a che fare in una cena misura con le leggi e le categorie derivate dal capitalismo. Che
queste ultime esaurendosi gradualmente e pur conservando la forma, nelle nuove condizioni determinate dalla base
socialista mutano il loro carattere.
L'esperienza di questi ultimi decenni ha confermato l'attualità della teoria di J. Stalin secondo la quale la
lotta di classe continua nella società socialista, sia nei rapporti sociali, che sul terreno teorico, politico e
ideologico, pur non esistendo la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Per cui la borghesia, interna e internazionale, può riconquistare il potere e ristabilire i vecchi rapporti
sociali di sfruttamento, qualora si creino cene condizioni politiche.
Ma mentre l'opera e il pensiero di J. Stalin ritornano al centro dell'attenzione in molti paesi, in altri,
specie in Europa occidentale, dove la borghesia ha una grande esperienza riformista, si registra una recrudescenza
di vecchie lesi trotzkiste e titoiste miranti a colpire con J. Stalin, il leninismo. Si tratta di "teorie" che hanno lo
scopo di minare la fiducia della classe e dei militanti, nel comunismo. La verità storica viene occultata o
deformata, tacendo sulla gigantesca lotta di classe che ha caratterizzalo questo secolo, lotta che si è svolta
coinvolgendo centinaia di milioni di persone, con mezzi enormi e di ogni tipo dalle migliaia di miliardi di
dollari, alla bomba atomica, al nazifascismo, alla corruzione, alle centinaia di guerre "locali", dai partiti
reazionari, alle religioni, alla malavita, ecc. In questa attività controrivoluzionaria si sono però distinti per la loro
perversione coloro che sono stati incaricati dell'attività di diversione nel nostro Movimento.
Quei guastatori avevano (ed hanno) il compito di creare il caos ideologico, di appoggiare le deviazioni, di attaccare il marxismo-leninismo e i suoi difensori, di dividere le nostre forze, ecc.
Costoro si mascherano da difensori della nostra teoria, anzi da loro esegeti, e come sommi sacerdoti,
"giudicano. il nostro operato. Del loro hanno ben poco da dire.
Il guaio è che, per quanti sforzi facciano, non riescono a produrre niente di serio, se non il solito
idealismo soggettivo, per cui la Storia del Movimento comunista è dominata da una serie di errori commessi.
Cominciarono i trotzkisti, poi i titoisti (M. Gilas) con la "teoria. della "nuova classe" generata fin dagli anni '30
dallo stesso socialismo; proseguirono i kruscioviani insinuando che la dittatura del proletariato non era
democratica; collaborarono -da destra- i maoisti, facendo coro a N. Krusciov con la "giusta soluzione delle
contraddizioni in seno al popolo", per negare in realtà la lesi di J. Stalin che la lotta di classe nel socialismo
prende forme più complesse e aspre, ecc.
La causa veniva e viene scambiata per l'effetto e viceversa. Così il socialismo viene sconfitto dalla
burocrazia (chissà quando cadranno gli USA che hanno la più poderosa burocrazia del mondo!), dalla carenza di
democrazia (come se il capitalismo avesse vinto perché democratico e la dittatura del proletariato non fosse la
massima forma di democrazia per i lavoratori), e amenità del genere. Noi comunisti dunque, teniamo fermo il
metodo di analisi dei fenomeni sociali, delle classi e della lolla di classe, di cui abbiamo mirabili esempi nei
nostri autori classici. E vediamo queste, sia nella loro realtà materiale (economica) che nella loro esistenza
formale (ideologica), nel loro condizionarsi dialettico.
Solo in questo modo andiamo al nocciolo del problema, stabilendo di volta in volta una scala di priorità
delle difficoltà che incontriamo specie nella prima fase del comunismo, il socialismo, dove vige ancora il
principio: ad ognuno secondo il suo lavoro, che non consente il superamento del Diritto borghese, come avverrà
con il comunismo: ad ognuno secondo i suoi bisogni. Ed è lungo il cammino verso il comunismo che la
borghesia frappone ostacoli difficili e complessi, ponendo in campo non solo i suoi preponderanti mezzi ma il
suo millenario mondo ideologico che si esprime nella concezione del mondo e della società, nelle scienze, nella
cultura, nella famiglia, nel rapporto con il lavoro, dell'individuo con la società, ecc. Le varianti negli attacchi al
leninismo non sono poche, ma tutte mirano a condurre il nostro Movimento nelle braccia del vetero revisionismo brezneviano, in nome di una strada "realistica" e di definizioni "moderne", come se
finora si sia camminato nel regno dell'utopia armati di vecchi arnesi ormai superati. E a questo
scopo ci vengono servite analisi e "teorie" che definire comiche è poco.
Ad esempio oggi circolano in Russia tesi (Medvedev) secondo le quali in questo Paese sono
esistiti solo frammenti di socialismo, mentre altri sull'onda della fantasia ripetono lo stesso
ritornello per l'Albania. Diventa così "facile" liquidare Enver Hoxha (e 40 anni di lotta gloriosa), e
iniziare la demolizione di 1. Stalin. Solo che a questi critici "realisti" e "moderni". manca qualsiasi
dignità scientifica. Si recupera così tutto il ciarpame trotzkista-bukhariniano parlando appunto di un
presunto secondo periodo di costruzione del socialismo nell'URSS (quello staliniano) in cui si
sarebbero rafforzati gli interessi individuali e di gruppi, contro quelli generali della società, dove si
sarebbe perso il controllo dell'economia, per cui una nuova classe si sarebbe formata (questa per gli
autori sarebbe dunque la tesi nuova).
In sostanza la dittatura del proletariato avrebbe generato la nuova classe e una società di
transizione, pseudo socialista, avviata sulla via della restaurazione totale del capitalismo, per cui ai
revisionisti kruscioviani diventò impossibile (loro malgrado?) risolvere i problemi. Che dire di
fronte a tutto ciò? La conclusione -se dovessimo dare ascolto ai "moderni -realisti"- è che la
sconfitta del socialismo nell'URSS e dovuta al Partito Comunista bolscevico che ha creato la nuova
classe, perso il controllo dell'economia, minato la democrazia e limitato il potere e i diritti del
proletariato. Bisogna convenire che non è cosa da poco! Come avrebbe fatto la borghesia a risorgere
e riprendere il potere se non ci avesse pensato il Partito bolscevico? Borghesia (quella vecchia)
che, argomentano questi "moderni-realisti", non esisteva più, essendo stata liquidata la proprietà
privata dei mezzi di produzione.
Per i "moderni-realisti" il capitalismo è unicamente la proprietà. Per questo motivo essi non
comprendono che l'abolizione della proprietà privata borghese -de facto e de iure- non è ancora il
definitivo superamento di tutti quei rapporti economici, sociali, politici e ideologici ereditati dal
vecchio mondo. E quando i ~moderni-realisti" a sostegno della loro analisi indicano principalmente
nelle cause economiche (Merce, Valore e Legge del valore) l'origine della restaurazione
capitalistica, giungono -come vedremo più avanti- alla conclusione metafisica che il sistema
socialista è in realtà capitalista.
Ma ora vogliamo porre una domanda: chi erano politicamente parlando L. Trotzkii, N.
Bukharin, N. Krusciov e via dicendo? Di quale classe sociale erano esponenti? Forse erano comunisti
perché non possedevano mezzi di produzione, o perché erano membri del Partito?
Che cos'è il revisionismo una semplice deviazione dal marxismo? L'ideologia borghese è una
forma che privata del rapporti economici che l'hanno generata perde ogni funzione? Perché il
proletariato, nel capitalismo, pur non possedendo mezzi di produzione ha una sua ideologia? Qualsiasi
società divisa in classi non si reggerebbe in piedi senza un compiuto sistema ideologico. I "moderni-
realisti" negano il principio che le cause oggettive creano solo la possibilità della nascita del
revisionismo, e che sono i fattori soggettivi, nelle condizioni del socialismo, che possono
trasformare questa possibilità in realtà.
Essi individuano in quelle che per loro sono le cause "oggettive", l'origine prima della
restaurazione capitalistica, e questo per essere conseguenti con il metodo marxista, che a loro
avviso sempre e comunque spiega i fenomeni regressivi con la sola causa economica.
Essi, con il più volgare degli schematismi, avendo imparato a memoria che la fonte della
sovrastruttura ideologica è la base economica, "spiegano" tutti i fenomeni sociali e politici con
questo dato. Ma la loro concezione della struttura sociale (della base) non è marxista, ma
positivista; da qui il loro economicismo. Il marxismo-kninismo ci insegna che la struttura è
costituita sia dalle forze produttive che dai rapporti di produzione, i quali sono inscindibili fra loro.
Non cogliere il rapporto dialettico, l'intreccio, fra questi due fattori, privilegiare con mezzucci
sofistici le forze produttive (da qui l'incomprensione del ruolo del Valore e della Legge del valore nel
socialismo) rispetto ai rapporti di produzione, significa non cogliere il primato della lotta di classe
nello sviluppo delle forze produttive, il cambiamento avvenuto con la socializzazione dei mezzi di
produzione; significa cadere nelle posizioni trotzkiste bukhariniane, cioè nell'economicismo
borghese. La dittatura del proletariato, intesa come lotta di classe, ha proprio lo scopo, con lo
sviluppo delle forze produttive e la creazione di nuovi rapporti economici e sociali, di estinguere le
categorie e le Leggi ereditate dal capitalismo.
Da qui la conclusione che la restaurazione del capitalismo ha la sua causa prima nella base
economica socialista.
F. Engels ha sempre respinto in scritti e lettere famosi queste interpretazioni meccanicistiche
del marxismo. Egli ha sempre argomentato che i rapporti economici generano la gigantesca
sovrastruttura di ogni modo di produzione, ma che nei processi storici hanno un grande ruolo i
rapporti sociali e le ideologie che da una determinata struttura sono sorti. E che rispetto alle
trasformazioni della struttura sociale, quelle della sovrastruttura sono assai più lente e complesse.
Se si abbandona il metodo marxiste della lotta di classe si entra spediti nel terreno teorico
della borghesia, si dimentica quest'ultima e si imputa ai fenomeni derivati (tecnocrazia, forme
storicamente determinate di democrazia e di centralismo) il ruolo di causa.
Ma ritorniamo alle cosiddette "cause oggettive". Queste le tesi dei nostri esegeti: l'analisi di
J. Stalin dell'economia socialista presenta dei limiti; nell'epoca staliniana la Legge del Valore
regolava l'economia (esistendo le monda); quando i prodotti sono venduti ai lavoratori sono delle
merci e la Legge del Valore funziona, giacché i lavoratori non possono determinare i prezzi; tutti i
comunisti in questo periodo storico hanno sottovalutato la Legge del Valore, di cui bisogna invece
tenere unicamente conto, e ciò è la prova che dobbiamo ricorrere alle leggi capitalistiche che
conducono inevitabilmente a delle distorsioni; l'esistenza della Moneta e delle Legge del Valore
significa che il Piano statale non regola tutta l'economia, favorendo così gli interessi privati e di
gruppi; le cooperative erano proprietà di gruppi sociali, e così via.
Per i nostri "moderni-realisti", da queste "cause oggettive" ne sono derivate quelle
conseguenze di cui si accennava più sopra, a proposito di un "secondo periodo". E cioè: faIse
soluzioni dei problemi e pseudo socialismo, per cui i bolscevichi non riuscirono a smantellare le basi
materiali della degenerazione (stagnazione, burocrazia, ecc.).
Cosi apparve una nuova società di transizione (forse di alieni?) impegnata nella via del
capitalismo.
Che dire? Sembra un compendio, una salsa russa, di tutte le teorie care ai trotzkisti, ai
bukhariniani, ai brezneviani e alla "banda dei quattro. di cinese memoria.
I rapporti sociali, i fattori politici e ideologici vi giocano dunque un ruolo secondario,
marginale, per questi seguaci del fatalismo economico, quando sappiamo invece che io sviluppo delle
forze produttive verso il socialismo e il comunismo presuppone, affinché si creino continuamente nuovi rapporti di produzione
e sociali, che questa necessità diventi coscienza, che queste nuove Leggi del socialismo (come ci
insegna 1. Stalin) operino, si facciano strada, attraverso l'uomo.
E, ammesso e non concesso, che le cose stiano così come dicono i "moderni-realisti", cosa
dovrebbero fare i comunisti verso le categorie della Merce, del Valore e la Legge del Valore? Vista
la loro "oggettiva" (e "immutata") presenza nel socialismo, dovrebbero lasciare che esse
spontaneamente operino "per non sottovalutarle.? Dovrebbero ignorarle? Questa tesi sarà forse
"moderna" ma è quella di N. Bukharin, il quale era paladino della teoria secondo la quale si "doveva
ricorrere" liberamente alle Leggi dell'economia borghese per non provocare distorsioni
burocratiche. Per N. Bukharin e per la "banda dei quattro" Merce, Valore e Legge del Valore
andavano ignorati, per N. Bukharin perché l'oggettivo economico (capitalista) si fondeva con lo
spontaneo (verso il socialismo); per i "quattro" tener conto, nella prima fase del comunismo, del
Valore significava avviare la completa restaurazione del Diritto borghese, quindi del capitalismo.
J. Stalin avrà avuto dei limiti (dicono i "moderni-realisti"), questi ultimi certamente limiti
non ne hanno nella loro confusione e distanza siderale dal marxismo-leninismo. La sostanza teorica
(si fa per dire) dei "moderni-realisti" e dunque: alcune categorie e Leggi dell'economia capitalistica
continuano ad esistere -come tali- nel socialismo, ad operare da nel loro contenuto sociale, che nella
forma. Questa sarebbe la loro scoperta "scientifica" che tutti i comunisti (ma è vero esattamente il
contrario) in questo secolo avrebbero sottovalutato.
Noi invece non sottovaluteremo queste fantasie dei nostri "moderni- realisti", anche perché ci
vuole una buona dose di malafede per ignorare e non capire le semplici e chiarissime argomentazioni
di J. Stalin contenute nell'opera "Problemi economici del socialismo nell'URSS". Per cui entriamo più
a fondo nel merito.
I marxisti-leninisti sanno che la grandezza di Valore di una merce è determinata dal tempo di
lavoro socialmente necessario per produrla; il Valore è dunque lavoro umano incarnato nella merce,
la cristallizzazione di questo lavoro.
Il valore della forza-lavoro è determinato dal valore degli oggetti d'uso corrente che sono
necessari per produrla, svilupparla, conservarla e perpetuarla (K. Marx).
La Legge del Valore stabilisce il rapporto fra i valori prodotti e regola spontaneamente quindi i rapporti di
scambio delle merci, tramite il meccanismo dei prezzi (e per mezzo della moneta); la ripartizione del lavoro
sociale e dei mezzi di produzione tra i diversi rami dell'economia mercantile. Questo nel capitalismo.
Perché Merce, Valore e Legge del Valore -nel contenuto e nella forma- non scompaiono totalmente nel
socialismo? Perché è durante questa fase che si debbono creare tutte le condizioni economiche, politiche e
ideologiche per mezzo delle quali, grazie ai nuovi rapporti di produzione, all'espansione delle forze produttive:
completo e superiore sviluppo dell'economia contadina con aziende di Stato, del commercio socialista, di tutte le
facoltà fisiche e mentali di ogni individuo, della tecnica e della scienza, del superamento del rapporto di scambio
mercantile, i rapporti di produzione saranno rapporti fra uomini sostanzialmente uguali, i quali potranno
realizzare il noto principio comunista, senza più la necessità di far conto del Valore prodotto da ogni categoria o
soggetto sociale, senza più uno scambio influenzato dai rapporti di Valore, dalla Legge del Valore.
Ma perché si realizzino questi nuovi rapporti sociali (comunisti), nella fase socialista, la dittatura del
proletariato e il Partito comunista debbono socializzare tutti i mezzi di produzione, cioè abolire la proprietà
privata e di gruppo, porre fine alla forza-lavoro quale merce, e quindi al suo sfruttamento, alle differenze
sostanziali fra città e campagna, fra lavoro intellettuale e manuale e così via. Debbono creare le condizioni
perché operi) lo scambio dei prodotti e non quello mercantile.
Nel socialismo dunque, che non si può superare per decreto, circolano merci -fra Stato e kolchoz-, hanno
un'influenza -ma non determinano- Valore e Legge del Valore, vi sono ancora differenze economiche ad esempio
fra lavoro semplice e lavoro complesso.
I "moderni-realisti" tacciono inoltre sulla funzione della teoria ("Senza teoria rivoluzionaria non c'è
movimento rivoluzionario" V.l. Lenin).
Ma la truffa, perché di truffa si tratta, è proprio nelle loro elencate teorizzazioni.
Come si può affermare che la dittatura del proletariato vende merci ai lavoratori? I lavoratori, proprietari
dei mezzi di produzione e non più struttati, vendono a se stessi i loro prodotti. Chi è che vende ai lavoratori le "merci", quale soggetto sociale? Chi determina i prezzi? I capitalisti o la dittatura del proletariato diretta dal suo partito? I prezzi sono liberi (dettati
dall'anarchia e dalla concorrenza) o frutto di una determinata politica economica? L'esistenza della moneta in un
regime di dittatura del proletariato è sinonimo di economia socialista o capitalista?
Nell'Ideologia tedesca Marx affermava che le contraddizioni Ira le forze produttive e i rapporti di
produzione erano le cause prime alla base dei conflitti di classe, quindi aveva ragione 1. Stalin nell'affermare che
nel socialismo la lotta di classe continua. Essa continua malgrado che come classe economica la borghesia non
esista più, oppure sopravviva in sparuti gruppi senza peso sociale, ed esistano due classi amiche (operai e
contadini lavoratori dei kolchoz) e lo strato sociale dell'intellighenzia. Ma se le contraddizioni di classe e la Storia
degli ultimi 40 anni hanno ampiamente dimostrato che un'aspra lotta continua nel socialismo, sono il contenuto
della lotta per il comunismo, questo significa che in tutte le sfere dell'attività sociale la borghesia continua ad
agire, sia sul piano interno che internazionale; significa "come scriveva K. Marx- che bisogna non solo allineare
continuamente i rapporti di produzione alle potenti forze produttive del socialismo, ma che si debbono demolire
tutti i rapporti sociali e le idee che da essi continuamente sorgono.
Ma, dicono i "moderni-realisti", sono la Merce, il Valore e la Legge del Valore che spingono al
capitalismo, che possono portare alla degenerazione.
Ma si può affermare che nel socialismo esiste un'economia mercantile come nel capitalismo? No, non lo
si può affermare perché la circolazione delle "merci" è limitata ai beni di consumo, non ai mezzi di produzione e
alla forza lavoro.
La vittoria del socialismo nell'URSS è stata un grande trionfo della teoria leninista, la sua (momentanea)
sconfitta una vittoria delle teorie antileniniste. I "moderni-realisti" sono gli epigoni del trotzkismo, il quale
sosteneva che nelle condizioni del periodo di transizione, del socialismo, il commercio e il denaro restavano gli
stessi, come nel capitalismo. J. Stalin al XIV Congresso del P.C.(b) dell'URSS così rispondeva a questi nemici:
"La questione consiste nel fatto che gli elementi socialisti della nostra economia, lottando contro gli elementi
capitalistici, fanno propri questi metodi e strumenti della borghesia, per il superamento degli elementi
capitalistici; che essi utilizzano con successo, contro il capitalismo, per l'edificazione delle
fondamenta socialiste della nostra economia".
In tutta la sua vita J. Stalin ha sempre posto al centro della sua pratica politica le Leggi
oggettive, questo è persino superfluo illustrarlo, ma evidentemente i "moderni-realisti"
sottovalutano la nostra memoria. In verità questi signori cercano con maldestri argomenti di far
regredire il dibattito teorico nella palude del trotzkismo, per sabotare la pratica rivoluzionaria,
confondendo le menti.
Se c'è un autore classico che ha sviluppato la teoria economica del socialismo e posto sul
tappeto i principali problemi del passaggio al comunismo questi è J. Stalin. Egli ha spiegato in
modo rigoroso il ruolo e il futuro, il contenuto e la forma, della Merce, del Valore e della Legge
del Valore nel socialismo. Sostenere che nell'epoca staliniana la Legge del Valore regolava
l'economia socialista significa ignorare volutamente che le gigantesche vittorie economiche
dell'URSS furono proprio il risultato della rigorosa applicazione delle nuove Leggi dell'economia
socialista, della necessaria corrispondenza del rapporti di produzione alle forze produttive
socialiste, e dell'uso attento e rivoluzionario della Legge del Valore che andava gradualmente
perdendo la sua efficacia. Non capire che la moneta, nel socialismo, svolge un ruolo diverso che
nel capitalismo, che serve all'attuazione del principio "ad ognuno secondo il suo lavoro" e non al
profitto, al capitale e al salario capitalistico, significa negare il socialismo. Per questo i "moderni-
realisti" trotzkisti parlano di "merci vendute ai lavoratori., i quali "non determinerebbero i prezzi".
Nel socialismo i lavoratori ricevono i prodotti in base al lavoro, non comprano da un altro
proprietario questi prodotti, non vi e uno scambio di tipo mercantile.
Cosa significa dire che esistendo la moneta e la Legge del Valore il Piano statale non
regolava tutta l'economia ? La forma moneta sopravvive e serve il socialismo nella fase in cui non
è ancora possibile lo scambio diretto dei prodotti, come avverrà nel comunismo. E, nella misura in
cui questo scambio si sviluppa, la moneta perde la sua funzione pratica. Più si sviluppano le forze
produttive socialiste, più diminuiscono i costi di produzione e sempre più la Legge del Valore
perde di importanza, fino a scomparire.
Infine, i kolkoz non erano proprietà di gruppi nel senso capitalistico; i contadini lavoratori
non erano proprietari né della terra, ne degli altri mezzi di produzione, ma del prodotto del loro lavoro; i prezzi agricoli erano stabiliti
dalla dittatura del proletariato. Ceno, in questo caso, per quella pane dei prodotti non consegnati
allo Stato vi erano le Merci, il Valore e quindi la sua Legge, ma questi agivano nelle condizioni
generali, dominanti, del potere socialista e questo, in quella fase, era l'unico rapporto economico
possibile e accettato dai contadini, come V.l. Lenin ha argomentato decine di volte. Era
quell'alleanza che ha permesso la vittoria del socialismo. Infatti, qual'è stato il fattore decisivo dell'i
industrializzazione: il mercato interno. Ma vediamo sinteticamente cosa ci insegna }I marxismo-
leninismo a proposito della Merce, del Valore e della Legge del Valore nel socialismo, sulla base
principalmente del pensiero di 1. Stalin quale edificatore dell'economia politica del socialismo.
V.l. Lenin ha scritto: "...il prodotto statale, il prodotto della fabbrica socialista, scambiabile con i
prodotti alimentari dei contadini, non è merce nel senso politico economico, e, in ogni caso, non
solo merce, già non più merce, smette di essere merce. (Opere, t. 32 pag. 362).
Che cosa significa questo? Significa che con la socializzazione dei mezzi di produzione,
scompare il rapporto mercantile tra venditore e acquirente pur restando la circolazione dei beni di
consumo nella forma di merce, e questo per i noti limiti della società di transizione socialista.
Questo concetto è confermato in pieno dalla tesi di F. Engels quando nell'opera "Antiduhring"
affermava che nel momento in cui si socializzano tutti i mezzi di produzione si elimina la
produzione di merci, cioè i prodotti perdono le caratteristiche di merci nel senso capitalistico del
termine.
Per gli intellettuali piccolo borghesi è impossibile capire la dialettica materialistica per cui
una cosa è e nel contempo non è, e come questo divenire concreto si sviluppi entro la vecchia
forma.
Come sappiamo la produzione capitalistica è la forma più alta di produzione di merci, ma
quest'ultima precede il capitalismo (di S-7 mila anni), essa esisteva dunque anche nell'antichità,
quindi non è un fenomeno specifico del capitalismo, può esistere ed esiste anche in altri modi di
produzione, anche nel socialismo. Ma in questo caso, dalla circolazione nel mercato, sono tolti
tutti i mezzi di produzione e la forza-lavoro. Circolano dunque solo i beni di consumo, nella
forma di Merce, e quest'ultima, fra lo Stato di dittatura del proletariato e i kolkoz i quali sono
proprietari collettivi unicamente di parte del frutto del loro lavoro e delle
sementi; nel kolkoz la forza-lavoro non è Merce.
E' ovvio che anche nella fase del socialismo i prodotti del lavoro che circolano come Merce o nella forma
di Merce, hanno un duplice carattere: cioè sono un Valore d'uso e un Valore di scambio, ma non dovrebbe essere
difficile per i "moderni realisti. capire che il socialismo ponendosi il compito di «estinguere la categoria del
Valore, porrà fine a questa contraddizione e anche alla sua forma. Quindi nel socialismo "le merci non sono più
merci", resta (sulla via dell'estinzione) una differenza nella ripartizione dei beni prodotti: ad ognuno in base al
lavoro. Il compito del socialismo è quello di limitare costantemente e decisamente la circolazione delle merci, ma
questo non può avvenire per decreto come voleva L. Trotzkij quando intendeva già nel 1917 «espropriare tutti i
contadini, minando così il potere proletario che si fondava sull'alleanza con i contadini poveri. Ma i "moderni-
realisti. vanno ben oltre i vecchi trotzkisti, essi sono di epigoni - come vedremo più avanti - di quegli
economisti (kruscioviani) che contrapponendosi a J. Stalin (anche negli anni '40), affermavano che tutte le
principali categorie e Leggi del capitalismo, agivano in tutto il Sistema economico sovietico.
Si tratta qui di una corrente di pensiero borghese che da N. Bukharin in poi (N. Krusciov, Teng Shiao
Ping, G. Zjuganov) agisce ancora oggi sotto la bandiera del "socialismo di mercato". Questa "terza via.
costituisce un compromesso fra la borghesia nazionale e l'imperialismo; essa serve alla stabilita sociale di vaste
aree verso cui non è possibile oggi imporre condizioni di vita simili a quelle che si hanno ad esempio in Africa.
Naturalmente la borghesia nazionale spera di sfuggire 91 dominio totalizzante delle "multinazionali" imperialiste;
essa spera di liberarsi dalla condizione di borghesia compradora, di fornitrice di materie prime e di forza lavoro a
basso prezzo, e nei suoi sogni ha deliri di grandezza e di potenza. Ma la ghigliottina della Storia darà loro un
amaro risveglio. Nella dittatura del proletariato il "salario" degli operai non è la forma trasformata del costo e del
prezzo della loro manodopera; ma la forma -come già detto- in cui si realizza la distribuzione socialista secondo il
lavoro. Questa distribuzione avviene per mezzo della forma denaro, il quale è solo un mezzo di circolazione.
Il problema delle merci e del denaro nel socialismo è legato -grazie alla pianificazione proporzionale- al
graduale passaggio alla distribuzione comunista dei prodotti del lavoro; "Merce" e denaro hanno quindi un ruolo
subordinato, di supporto, nell'economia socialista. Il principio comunista della distribuzione dei prodotti secondo
i bisogni, esclude qualunque scambio di merci, dunque anche la conversione dei prodotti in Merci e quindi anche
la loro conversione in Valore. Scriveva J. Stalin: "11 sistema dello scambio dei prodotti deve essere introdotto
con costanza, senza esitazioni, un passo dopo l'altro, riducendo la sfera d'azione della circolazione di merci e
sviluppando la sfera d'azione dello scambio dei prodotti". Dunque, le categorie e le Leggi del capitalismo
esercitano un'influenza sulla produzione, ma questa influenza non è regolatrice. Nel socialismo abbiamo -in una
prima fase- la produzione di "merci" senza capitalisti. I nostri "moderni-realisti" sostengono che J. Stalin
sottovalutava le Leggi e le categorie del capitalismo, ma vediamo invece che erano quasi tutti gli economisti
sovietici a sottovalutarle «esplicitamente, contro l'opinione di 1. Stalin. Molti economisti sostenevano dunque
che si dovevano reintrodurre tutte le categorie proprie del capitalismo; è questo che intendono i "moderni-realisti"
quando blaterano di sottovalutazione? O forse questi ultimi vogliono dire che si doveva accelerare la politica
economica di "superamento" delle categorie e delle Leggi capitalistiche (come poi fece N. Krusciov)? Ma il
problema non era soggettivo, ma concreto; era quello di elevare la produzione agricola dei kolkoz e
parallelamente quella dell'industria, e questo era ciò che affermava J. Stalin. Egli bollava senza pietà eia
l'idealismo soggettivo, che il feticismo delle Leggi. Nell'URSS, con le riforme di mercato (1953-58) la Merce,
cellula fondamentale del capitalismo, che contiene in sé l'embrione del lavoro salariato e del capitale (K. Marx),
ebbe una rapida espansione, reintroducendo le categorie e le Leggi del capitalismo. Il punto di divaricazione fra
marxismo-leninismo e capitalismo è qui. Da un lato J. Stalin, dall'altro N.A. Voznesensky, L.D. Yarosenko,
N.Krusciov, ecc, ecc. V.l. Lenin scriveva "..per soddisfare i bisogni sociali è necessaria la compra vendita dei
prodotti (che diventano in forza a. ciò, merci) sul mercato. (Opere, t. I pag 77). Condizione comune
dell'origine e dello sviluppo della produzione delle merci è la divisione sociale del lavoro in presenza di diversi
proprietari dei mezzi di produzione e dei prodotti del lavoro.
Ma se la divisione sociale del lavoro esiste con un soggetto (il proletariato) che è il solo proprietario di
tutti i mezzi di produzione e di tutti i prodotti, non c'è terreno per la compra vendita, per la trasformazione dei prodotti in Merce.
Certo nel socialismo "come già si è detto- esistono la divisione tra città e campagna, tra lavoro
intellettuale e lavoro manuale, tra lavoro semplice e complesso, esiste il serio pericolo di una ripartizione
eccessiva dei prodotti del lavoro a favore di strati e gruppi sociali determinati, e ciò -come abbiamo visto con N.
Krusciov- può minare il principio marxista che la proprietà e una categoria de facto e non de iure, che la proprietà
si realizza nel consumo, ma di ciò era ben consapevole J. Stalin quando elencava le condizioni per il passaggio al
comunismo. Quando sosteneva che il socialismo crea le sue forme, ma che queste forme possono avere anche un
altro contenuto.
A chi sosteneva di vietare il commercio tra città e campagna, di liquidare immediatamente il denaro, così
rispondeva V.l. Lenin: "Stupidità, perché questa politica non è economicamente possibile, suicidio, perché il
Partito che provi una simile politica subisce un inevitabile fallimento. (Opere, t. 32, pag 323). Se è chiaro che
lo scambio fra Stato e kolkoz e mercantile (e di tipo particolare), è altrettanto chiaro che la distribuzione del
prodotti dell'industria socialista alle popolazioni cittadine avviene solo nella forma di Merce. La produzione di
"merci" è dunque limitata dalla proprietà pubblica dei mezzi dl produzione, dai rapporti produttivi socialisti che
escludono il sistema del lavoro salariato e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Ora, se il Partito segue la via della graduale estinzione del ruolo del Valore, come indicava 1. Stalin, la
società marcia verso il comunismo, viceversa se passa la linea borghese soggettivistica di N. Krusciov e seguaci,
dell'espansione della circolazione mercantile e quindi del ruolo del Valore, allora si ricreano le condizioni tipiche
dell'economia capitalistica. Gli economisti kruscioviani non a caso sostenevano che il Valore si conserva anche
nel comunismo. E veniamo alla categoria del Valore e alla sua Legge nel socialismo.
La Legge del Valore è una Legge della produzione di merci, ma i suoi effetti non sono gli stessi in
situazioni economiche diverse.
La produzione di merci nelle condizioni della proprietà privata dei mezzi di produzione, impone la
necessità oggettiva di conoscere il costo del lavoro individuale rispetto alle spese socialmente necessarie per
produrre questa o quella Merce. Perciò la Legge del Valore non appare solo come regolatore dei rapporti di
scambio, essa agisce anche nel settore produttivo, è il regolatore che determina, attraverso il naturale divario che esiste tra prezzo delle merci e loro
costo, la distribuzione del lavoro e dei mezzi di produzione tra i vari settori economici.
Ma nel socialismo la limitata circolazione di "merci" determina una limitata sfera d'azione della Legge del
Valore (unicamente nelle "merci" di uso personale). Non esiste il libero gioco dei prezzi giacché sia la produzione
che la circolazione delle "merci" sono pianificate dallo Stato, il quale certamente tiene conto delle differenze di
valore fra un tavolo e un televisore.
Nel socialismo -ripetiamo- tutti i mezzi di produzione e la forza lavoro non entrano nella circolazione
mercantile. La Legge del Valore non regola "le proporzioni" della distribuzione del lavoro tra i vari settori
produttivi, quindi non provoca crisi di sovrapproduzione. Questa Legge, nel capitalismo, regola la produzione e
determina le proporzioni della distribuzione dei mezzi di produzione, in quanto è sottoposta alla Legge del
plusvalore, e nel capitalismo monopolistico alla Legge del massimo profitto. Lo Stato socialista invece, in
conformità con le esigenze della principale Legge economica del socialismo (indicata da J. Stalin)
"...assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la
società, mediante l'aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica
superiore., e della Legge dello sviluppo programmato, distribuisce i mezzi di produzione e le risorse di
manodopera secondo un Piano che -mirando al comunismo- garantisce il primato della produzione dei mezzi di
produzione, per questo la Legge del Valore non regola le proporzioni della distribuzione del lavoro.
La produzione è regolata dai bisogni della società, mentre il calcolo di tali bisogni è di fondamentale
importanza per gli organi della pianificazione.
Nel socialismo, la Legge del Valore influisce (ma non determina) nella formazione del prezzo dei prodotti
di consumo, dato che si deve ancora considerare il costo del prodotto, e che l'entità del processo produttivo
influisce sul rapporto tra domanda e offerta Ma lo Stato pianifica sia la quantità di circolazione delle "merci",che
le entrate monetarie della popolazione, per cui queste non operano liberamente; lo Stato quindi determina la
quota di prodotto del lavoro sociale che arriva, tramite la sfera della circolazione, ad uso personale dei lavoratori.
Anche i prezzi del mercato colcosiano si formano sotto l'influenza dei prezzi statali. Era A. Bogdanov, e
sono i "moderni-realisti" che sostengono che la Legge del Valore determina le proporzioni della produzione
sociale, "che lo Stato non pianifica tutta l'economia", che "il costo del lavoro" è un eterno regolatore delle
proporzioni, e così via. Ora, è vero come diceva J. Stalin che "nessuna scienza può svilupparsi e fare progressi
senza una lotta di opinioni, senza libertà di critica", ma i nostri "moderni-realisti" non vogliono sviluppare la
scienza economica, ma riportarla indietro, nel caos in cui la volevano portare (e la portarono) quasi tutti gli
economisti sovietici (N. Voznesenskij, A Lenotiev, G. Kozlov, L. Gatovskij, 1. Gladkov, P. Belov, Ja.
Kronrod, K. Ostrovitjanov, V. Venzer, E. Varga, A. Sanina, A. l. Notkin, L.O. Yaroscenko, i filosofi come
G.E. Glezerman e così via). Il marxismo-leninismo ci insegna che oggettivo significa indipendente dalla
coscienza e dalla volontà dell'uomo; certo, il difficile di ogni scienza è formulare e definire le Leggi, ma i profeti
del "socialismo di mercato" confondono ad arte l'economia politica (la scienza dei rapporti sociali) con la politica
economica, cioè con le leggi promulgate dalla Stato. In questo modo, confondendo l'oggettivo con il soggettivo,
si sopravvaluta da l'uno che l'altro si cade nel feticismo e nel soggettivismo.
Si sottovaluta così la Legge dello sviluppo programmato, proporzionale, dell'economia socialista, e
soprattutto la Legge della necessaria correlazione dei rapporti di produzione al carattere socialista delle forze
produttive. Da qui l'incapacità di distinguere le Leggi che si vanno estinguendo e l'azione delle nuove Leggi
oggettive dell'economia politica socialista.
J. Stalin ha sviluppato creativamente le tesi marxiste sulla Merce, il Valore e la Legge del Valore nella
società di transizione dal capitalismo al socialismo e dal socialismo al comunismo, individuando la dialettica tra
il vecchio contenuto che muore e il nuovo che sorge e si sviluppa, la dialettica fra contenuto e forma, cioè fra i
rapporti economici e quelli sociali e ideologici. J. Stalin ha sviluppato la tesi marxista sulla "ricchezza reale, che
è la forza produttiva sviluppata di tutti gli individui" ("Manoscritti inediti" - K. Marx), e cioè, che tra tutti i capitali di valore, il capitale più prezioso e il più decisivo sono le persone, i quadri.
Che l'obiettivo della produzione socialista è l'uomo, il soddisfacimento delle sue esigenze materiali e culturali. Per questo J.Stalin indicava. per il passaggio al comunismo, la necessità -di estrema importanza- di superare la differenza sostanziale (di valore) tra lavoro semplice e complesso, tra attività fisica e attività intellettuale, tra il livello tecnico-culturale degli operai e quello del personale tecnico-ingegneristico. E nella marcia verso il comunismo egli proponeva l'istruzione politecnica obbligatoria, la riduzione del tempo di lavoro a S ore, la meccanizzazione globale e l'automatizzazione della produzione.
In questo modo si darà un colpo definitivo e verranno liquidate le sopravvivenze del capitalismo nella
coscienza della gente e si arriverà all'economia del comunismo. Ma mentre J. Stalin affermava che per passare
alla formula comunista "ad ognuno secondo i suoi bisogni" era necessario superare una serie di stadi di
rieducazione economica e culturale della società, che " i nuovi rapporti di produzione (socialisti) sono la forza
principale e decisiva, che determina appunto l'ulteriore e anche poderoso sviluppo delle forze produttive.
("Problemi economici del socialismo nell'URSS") i kruscioviani e i "moderni-realisti" sostenevano e sostengono
che partendo dal principio socialista della distribuzione dei beni prodotti sulla base della quantità e qualità del
lavoro, è sufficiente il solo sviluppo delle forze produttive per arrivare al comunismo, da qui la tesi che per
accelerare questo sviluppo si può e si deve dal libero sfogo alle Leggi capitalistiche, che non costituirebbero un
pericolo (anzi), esistendo la forma della proprietà socialista. E' evidente che una simile tesi, negando di fatto il
cambiamento cosciente dei rapporti di produzione, bloccava il processo rivoluzionario sul terreno politico,
favorendo la reazione, impediva l'approfondimento della dittatura del proletariato, in quanto
emancipazione completa del proletariato, e quindi la marcia verso il comunismo.
Questa concezione unicamente "quantitativa" (metafisica) dello sviluppo non poteva non
portare alla stagnazione dei rapporti sociali, all'affermarsi di interessi di strati e gruppi sociali
- tendenti alla conservazione; ma tutto questo quale prodotto della pressione dell'esistente ideologia
borghese specie nel campo della teoria economica
Le tesi dei "moderni-realisti" secondo cui si deve ricorrere alle categorie e alle Leggi
borghesi come necessità ineluttabile, per non sottovalutarle, sono quindi volgare poltiglia
rimasticata. K. Marx e F. Engels proprio per la loro repulsione per ogni forma di utopismo non
hanno dato indicazioni concrete per il passaggio dal socialismo al comunismo, questo nuovo e difficile
compito è stato assolto da V.l. Lenin e da J. Stalin.
Solo una scientifica e non metafisica concezione del socialismo può chiarire la via della
rivoluzione, sulla base dei processi dialettici oggettivi.
La Storia dell'umanità è un costante passaggio dal regno della necessita al regno della libertà;
il comunismo trasformando il lavoro da realtà coercitiva a mezzo per la libera affermazione,
garantendo a tutti l'espressione delle proprie facoltà e la più completa realizzazione di tutte le
potenzialità sociali, il soddisfacimento dei bisogni crescenti, metterà nel museo della Storia la
categoria del Valore e la sua Legge, libererà l'uomo dal rapporto mercantile che tutto determina e
mistifica e collocherà nel museo delle cere i "moderni-realisti", templari del Diritto borghese.
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