Le duecento società
che controllano il mondo
(E le 100 maggiori economie mondiali)
)
Mentre i 50.000 operai siderurgici di Thyssen manifestavano a Francoforte,
la Krupp rinunciava a lanciare la sua offerta pubblica di acquisto, in
conflitto con la sua concorrente. In compenso, le due imprese tedesche
annunciavano la creazione di una società comune dell'acciaio, decisione che
dovrebbe tradursi in migliaia di licenziamenti. E d'altra parte, anche la
chiusura dello stabilimento di Vilvoorde (Belgio) da parte della Renault
contribuisce a illustrare il disprezzo nel quale sono tenuti i lavoratori.
Due esempi, tra molti altri, del ruolo giocato dalle 200 principali imprese
multinazionali su scala planetaria, mosse da interessi particolari che si
discostano sempre più dall'interesse generale. Dall'inizio degli anni 80,
queste "prime duecento" hanno conosciuto, attraverso le fusioni e i riscatti
di imprese, un'espansione ininterrotta, grazie alla quale esercitano un
dominio per così dire totalitario non solo sull'economia, ma anche
sull'informazione e sulle menti .
Si cercherebbe invano, nei discorsi elettorali o in quelli degli adepti
della teoria neoclassica, la minima allusione al fatto che le concentrazioni
di imprese sono oramai il principale motore dell'accumulazione del capitale.
Certo, si è trattato di una costante nella storia del capitalismo, se non di
una condizione della sua sopravvivenza come modalità di dominio di classe;
ma il suo ritmo non era mai stato così rapido.
Dalla metà degli anni 70 l'accumulazione del capitale si realizza
essenzialmente tramite le annessioni di imprese, i riscatti e le fusioni,
Combinata alla colossale espansione dei flussi finanziari, speculativi e
non, essa agisce direttamente sulle decisioni di investimento: ma nulla di
tutto ciò viene spiegato chiaramente ai lavoratori, benché sia in gioco il
loro destino. Si insiste invece sul ruolo dinamico del "mercato", che
dovrebbe guidare le decisioni delle grandi società. Ma a sette anni dallo
smembramento dell'Unione sovietica, con la colonizzazione massiccia dell'Est
europeo, il rallentamento della crescita, l'aggravarsi degli antagonismi in
seno alle nazioni e all'interno stesso del mondo imperialista, dove sono le
gloriose promesse del "libero mercato?" . Intravista per qualche attimo
alla fine degli anni 80, la tanto vantata "ripresa economica" non ha
mantenuto le sue promesse. Le industrie manifatturiere mondiali (a eccezione
di quelle cinesi) lavorano soltanto al 70-75% della loro capacità. Il debito
mondiale (che comprende quello delle imprese, degli stati e delle famiglie)
ha superato 33.100 miliardi di dollari, pari al 130% del prodotto interno
lordo (Pil) mondiale, e progredisce a un tasso del 6-8% l'anno vale a dire
oltre il quadruplo della crescita del Pil mondiale. Queste disparità dei
tassi sono insostenibili e hanno conseguenze disastrose . Dovunque, in
tutti i settori, i salari reali diminuiscono sotto i colpi delle
ristrutturazioni, delle chiusure di fabbriche e delle delocalizzazioni.
Nelle sole economie capitaliste "avanzate", il numero dei disoccupati supera
i 41 milioni, e non è finita ...
Ma la crisi, con le sue centinaia di milioni di vittime, non colpisce le
compagnie transnazionali. I guadagni delle 500 maggiori imprese sono cresciuti
del 15%, mentre l'aumento dei loro redditi ha raggiunto l'11% .
All'inizio degli anni 90, circa 37.000 compagnie transnazionali, con le loro
170.000 filiali, stringevano nei loro tentacoli l'economia internazionale.
Ma il vero potere si concentra nella cerchia più ristretta delle "prime
duecento", che dall'inizio degli anni 80 hanno conosciuto un'espansione
ininterrotta attraverso le fusioni e i riscatti di imprese.
La quota del capitale transnazionale nel Pil mondiale è infatti passata dal
17% della metà degli anni 70 al 24% nel 1982 a oltre il 30% nel 1995. Le
"prime duecento" sono conglomerati le cui attività coprono, senza
distinzioni, i settori primario, secondario e terziario: grandi aziende
agricole, produzioni manifatturiere, servizi finanziari, commercio ecc.
Geograficamente si ripartiscono tra 10 paesi: Giappone (62) Stati uniti (53)
Germania (23) Francia (19), Regno unito (11), Svizzera (8), Corea del Sud
(6) Italia (5) e Olanda (4). Se si eccettuano alcune società anglo-olandesi
a capitale misto (i gruppi Shell e Unilever), restano in corsa soltanto 8
paesi, che totalizzano il 96,5% delle "prime duecento" e il 96% del loro
fatturato. Ma in realtà la concentrazione è ancora maggiore di quanto non
facciano pensare queste statistiche. Infatti, le compagnie appartenenti alla
categorie delle "prime duecento" non sono tutte società autonome, come è
dimostrato dagli esempi ben noti della Mitsubishi, della Sumitomo e della
Mitsui, per citarne solo alcune. Esistono cinque imprese Mitsubishi tra le
"prime duecento", il cui fatturato aggregato supera i 320 miliardi di
dollari. Queste entità in seno all'impero Mitsubishi, benché dotate di un
elevato grado di autonomia, sono strategicamente intrecciate le une alle
altre in materia di amministrazione, di prezzi, di commercializzazione e di
produzione. Lo stesso vale per quanto riguarda le loro comuni reti
economiche, politiche e di spionaggio. Il loro agente politico è il partito
liberal-democratico (Pld) le cui spese di funzionamento sono coperte nella
misura del 37% dall'impero Mitsubishi. Tra le "prime duecento", le disparità
di potere non hanno cessato di accentuarsi durante il processo di espansione
che hanno conosciuto in questi due ultimi decenni, in particolare in ragione
della guerra in atto tra loro per aggiudicarsi quote sempre maggiori del
mercato mondiale. In effetti, tra il 1982 e il 1995 il numero delle
compagnie americane è sceso da 80 a 53, mentre quello delle società
giapponesi è aumentato, durante lo stesso periodo, da 35 a 62.
Un tempo prima potenza imperiale, il Regno unito ha visto il numero delle
sue società crollare da 18 a 11. In compenso è emerso un nano geografico e
demografico, la Svizzera. Ma l'aspetto più sorprendente è stata la rapida
ascesa delle società sudcoreane, il cui numero è passato da 1 a 6 in un
periodo di tempo relativamente breve. In testa figura la Daewoo, uno dei
gruppi transnazionali di più aggressivo espansionismo, punta di lancia
dell'imperialismo coreano. Con un fatturato di oltre 52 miliardi di dollari,
ha superato colossi quali la Nichimen, la Kanematsu, la Univeler o la
Nestlé.
L'espansione planetaria della Daewoo è abbastanza sintomatica della potenza
dei chaebol, i conglomerati coreani. Gli attivi dei trenta primi chaebol
sono aumentati da 223 miliardi di dollari del 1992 a 367 miliardi nel 1996,
e rappresentano oltre quattro quinti del Pil coreano . Inoltre, sono le
compagnie che occupano i quattro primi posti Daewoo, Sandgong, Samsung e
Hyundai a spartirsi la metà di questi attivi (185 miliardi di dollari). Nel
gennaio scorso, la rivolta operaia ha fatto volare in frantumi il mito del
"miracolo coreano", ma non è affatto detto che il risultato sia un
rallentamento dell'espansione di questi giganti, all'interno del paese e
fuori.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza i miliardi di dollari forniti
dagli Stati uniti durante la fase della crescita coreana, negli anni tra il
1947 e il 1955; dopo di che subentrarono decine di miliardi di dollari di
sovvenzioni pubbliche. Nella Corea del Sud, come del resto in Giappone, non
esiste una linea di demarcazione ben definita tra i chaebol e lo stato .
Alle sovvenzioni pubbliche andrebbe poi aggiunta la repressione spietata
della classe operaia e la liquidazione dei diritti della persona. Tutti i
politici, senza eccezione alcuna, così come i membri delle alte gerarchie
militari, sono azionisti di primo piano, che siedono nei consigli di
amministrazione delle grandi compagnie. Nella confraternita dei chaebol,
tutti si conoscono e i matrimoni si combinano all'interno.
Chi non ricorda la frase pronunciata dall' industriale tedesco Walter
Rathenau nel 1909: "Trecento uomini, che si conoscono tutti tra loro,
dirigono i destini dell'Europa e cooptano al loro interno i propri
successori ?" Helmut Maucher, direttore generale della Nestlé oltre che
"impresario" del Forum di Davos, presiede la tavola rotonda europea degli
industriali, il Club delle élites appartenenti a 47 società nel novero delle
"prime duecento". Avversario implacabile della carta sociale europea, è un
militante attivo della flessibilità del lavoro, come tutti i membri della
sua casta. Dal 1986 al 1996 le fusioni di imprese si sono moltiplicate al
ritmo del 15% l'anno, e non si vedono segni di rallentamento nel prossimo
futuro. Se dunque le cose non cambieranno , il costo cumulato
di questo genere di transazioni raggiungerà circa 10.000 miliardi di dollari
(a titolo di confronto, il Pil degli Stati Uniti era, nel 1996 e a livelli
di prezzi correnti, di 7.600 miliardi di dollari). Evidentemente, in questo
periodo contrassegnato dalla deflazione e dal rallentamento della crescita,
dalla sottoccupazione e dall'indebitamento, le società transnazionali non
hanno altro mezzo, per promuovere la propria espansione, che quello di
assorbire le loro concorrenti per conquistare così nuovi mercati.
Le fusioni di imprese permettono inoltre la realizzazione di economie di
scala sul mercato mondiale. Vi fanno ricorso molte compagnie transnazionali,
quali la Boeing e le tre grandi società automobilistiche degli Stati uniti,
oppure, in Giappone e nella Corea del Sud, i giganti dell'automobile,
dell'elettronica e delle costruzioni navali. Cinque tra le maggiori imprese
transnazionali hanno messo le mani su oltre la metà del mercato mondiale nei
settori chiave dell'aerospaziale, delle forniture elettriche, delle
componenti elettroniche e del software; altre due hanno fatto altrettanto
nella ristorazione rapida, e cinque nei settori delle bibite, del tabacco e
delle bevande alcooliche.
L'ascesa delle transnazionali è incoraggiata non solo dai governi dei
rispettivi paesi, ma anche dalle enormi sovvenzionie dai privilegi fiscali
offerti da paesi d'accoglienza quali il Regno unito e l'Irlanda, così come
dai governi dell'Europa dell'Est, che stanno svendendo il patrimonio
nazionale a colpi di privatizzazioni e di incentivi fiscali di ogni genere.
Fusioni e alleanze di società (come l'alleanza tra la Shell e la Bp)
contribuiscono all'edificazione di un complesso economico totalitario.
"Liberalizzazione", "privatizzazione", "deregulation", "sistema del libero
commercio internazionale", sono altrettanti argomenti razionali che
dovrebbero giustificare quest'evoluzione. In questo movimento di
concentrazione, le grandi banche di investimenti, i fondi mutui e i fondi
pensione giocano un ruolo preponderante.
Wall Street, dal canto suo, esercita pressioni per gonfiare i guadagni dei
"valori di portafoglio"; e le banche di investimenti trovano in tutto questo
il loro tornaconto.
Il caso della Goldman Sachs, una delle principali banche di investimenti, al
primo posto nel mondo per il consolidamento delle società transnazionali, è
esemplare a questo riguardo. I suoi profitti sono raddoppiati nel giro di un
anno, passando da 931 milioni di dollari nel 1995 a 1,9 miliardi nel 1996.
Applicando le sue ricette, questa banca ha ridotto del 20% i suoi effettivi
in questi ultimi anni, per non essere handicappata da un "costo del lavoro
troppo elevato". Il che non le impedisce di pagare oltre 200.000 dollari di
dividendi annui a ciascuno dei suoi 175 associati, in aggiunta ai profitti
sul loro capitale.
Alla Morgan Stanley , il presidente ha percepito oltre 14 milioni di
dollari di dividendi nel 1996, pari a un aumento del 30% rispetto all'anno
precedente. Ma queste banche, non contente di incoraggiare le fusioni di
imprese, si impegnano direttamente sulla stessa strada. La fusione tra la
Morgan Stanley e la Dean Witter ha dato origine a una delle più grosse
società di investimenti e titoli del mondo, il cui valore di mercato è di
oltre 24 miliardi di dollari . E quest'evento ha scatenato una reazione
a catena tra le altre banche di investimenti e le società di
intermediazione.
Quanto potrà durare questo gioco? "Francamente, nessuno lo sa, dichiara un
commissario ai conti della City. Le banche impegnano somme molto rilevanti.
Stiamo spingendo all'impazzata alle fusioni, che sono il nostro nutrimento".
Questo esperto altamente qualificato riconosce così senza mezzi termini che
quest'orgia di annessioni di imprese si finanzia mediante l'indebitamento.
Né più né meno dell'economia mondiale. La Novartis, nata nel 1996, occupa il
secondo posto tra i giganti dell'industria farmaceutica, Questa società è il
prodotto di una fusione tra la Sandoz e la Ciba-Geigy: si è trattato della
maggiore operazione del genere nella storia delle transnazionali, che in
commissioni e onorari di legali ha fruttato circa 95 milioni di dollari,
ripartiti tra la Morgan Stanley e l'Union de Banque Suisse (Ubs). Da un
giorno all'altro, il capitale della Novartis è balzato da 63 miliardi di
dollari a 82 miliardi.
Tuttavia la medaglia ha il suo rovescio: la nascita della Novartis ha
comportato massicce liquidazione di posti di lavoro, prontamente eseguite in
nome delle abituali "economie dei costi" e "ristrutturazioni". Di colpo, le
azioni delle due società hanno conosciuto un rialzo senza precedenti.
Il 10% della forza lavoro sarà eliminato in una prima fase. E le conseguenze
in termini di aggravamento della miseria non impediscono agli ambienti della
finanza di presentare l'operazione come una vittoria della razionalità di
mercato.
Allo stesso modo si esulta, a Wall Street e su tutti i mercati finanziari,
per l'assorbimento da parte della Boeing della McDonnell Douglas (14
miliardi di dollari). Ma stavolta c'è stata una differenza nella strategia
dell'annessione, dato che quest'acquisto non è solo il risultato di una
decisione del consiglio d'amministrazione della Boeing, ma era stato
vigorosamente incoraggiato dal Pentagono e dal dipartimento del commercio,
preoccupato di favorire la penetrazione del settore aerospaziale americano
sui mercati internazionali. Le conseguenti liquidazioni di posti di lavoro
sono state massicce. Peraltro, dal 1992 il numero degli stabilimenti che
lavorano per la difesa è crollato da 32 a 9, con la perdita di oltre 1
milione di posti di lavoro .
In quest'ultimo esempio, le considerazioni strategiche non sono dissociabili
dalla ricerca del profitto, dato che i titolari della Boeing e i
dipartimenti della difesa e del commercio degli Stati uniti miravano a
qualcosa di più di un'estensione delle quote di mercato aperte alle
esportazioni americane. Era venuto per loro il momento di emarginare, se non
di liquidare l'Airbus. Grazie all'apporto della McDonnell Douglas, la Boeing
detiene ormai il 64% del mercato. L'impresa beneficierà inoltre degli
ordinativi della difesa che in precedenza andavano alla McDonnell Douglas. E
infine, il suo accesso ai finanziamenti del settore pubblico federale
risulta rafforzato . Per il 1997 la Boeing ha previsto entrate per 51
miliardi di dollari, di cui il 40% proveniente dagli ordinativi della
difesa. Dove sono i criteri di mercato in tutto questo? Acquistando la
McDonnell (e altri acquisti seguiranno inevitabilmente su questa scia) la
Boeing si assicura enormi sovvenzioni. Quest'impresa vende i suoi beni e
servizi molto al disotto dei costi di mercato. Le sue attività di ricerca e
sviluppo sono sovvenzionate dal Pentagono fin dalla fine della guerra, a
colpi di decine di miliardi di dollari oltre che attraverso l'acquisto di
aerei.
Per il momento, il peso schiacciante delle società transnazionali
nell'economia mondiale non ha un contrappeso equivalente in campo politico.
Cosa avverrà nel prossimo secolo? Queste imprese potranno conservare le loro
strutture totalitarie di dominio e di sfruttamento? Una crescita infinita
non può esistere in un mondo finito: questa legge almeno vale per tutti, e
si applica anche alle megaimprese. Nessuno può dire dove si fermerà il
movimento di concentrazione capitalistica, né se e quando troverà un suo
limite.
Le 100 maggiori economie mondiali


1 United States 5,686.0

2 Japan 3,337.2

3 Germany 1,516.8

4 France 1,167.7

5 Italy 1,072.2

6 United Kingdom 963.7

7 Canada 568.8

8 Spain 486.6

9 Russian Federation 479.5

10 Brazil 447.3

11 China 424.0

12 Australia 287.8

13 India 284.7

14 Netherlands 278.8

15 South Korea 274.5

16 Mexico 252.4

17 Switzerland 225.9

18 Sweden 218.9

19 Belgium 192.4

20 Austria 157.5

21 ITOCHU 157.0

22 Sumitomo 150.8

23 Marubeni 140.7

24 Mitsubishi 136.3

25 Mitsui & Co. 133.8

26 Iran 127.4

27 General Motors 123.8

28 Electricite de France 123.8

29 Finland 122.0

30 Denmark 121.7

31 Ukraine 121.5

32 Taiwan 118.9

33 Indonesia 111.4

34 Saudi Arabia 105.1

35 Turkey 103.9

36 Royal Dutch/Shell Group 103.8

37 Exxon 103.2

38 Norway 102.9

39 Argentina 91.2

40 South Africa 91.0

41 Stet 90.3

42 Thailand 89.5

43 Ford Motor Co. 89.0

44 Tokyo Electric Power 87.5

45 Nissho Iwai 86.4

46 Deutsche Bundesposte Telekom 85.3

47 Toyota Motor 78.1

48 Poland 70.6

49 Yugoslavia (former) 70.0

50 Greece 65.5

51 IBM 64.8

52 IRI 64.1

53 American Telephone & Telegraph 63.3

54 GE 60.2

55 Tomen 60.2

56 Israel 59.1

57 Portugal 58.5

58 British Petroleum 58.4

59 Daimler-Benz 57.3

60 Sears Roebuck 57.2

61 Mobil 56.9

62 Hitachi 56.1

63 Iraq (1988) 53.0

64 Venezuela 52.8

65 Algeria 52.2

66 Nichimen 49.9

67 Cargill 49.1

68 Matsutshita Electric Industrial 48.6

69 British Gas 48.5

70 Nippon Telegraph and Telephone 48.2

71 Philip Morris 48.1

72 Fiat 46.8

73 Kanematsu 46.6

74 Pakistan 46.1

75 Philippines 46.1

76 Volkswagen 46.0

77 Malaysia 45.8

78 Siemens 44.9

79 Kansai Electric Power 44.6

80 WalMart Stores 43.9

81 Samsung Group 43.7

82 Nissan Motor 42.9

83 GTE 42.4

84 Colombia 41.9

85 Kazakhstan 41.7

86 New Zealand 41.6

87 Unilever 41.3

88 ENI 41.0

89 Singapore 39.2

90 Telefonico de Espana 38.8

91 Czechoslovakia 38.4

92 Peru 38.3

93 Du Pont 38.0

94 Texaco 37.6

95 Ontario Hydro 37.4

96 Ireland 37.3

97 British Telephone 37.3

98 Chevron 36.8

99 Chubu Electric Power 36.8

100 Elf Aquitane 36.3

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