La cultura McWorld
contro la democrazia
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo democratico
La cultura globale americana la cultura McWorld è tanto ostile quanto
indifferente alla democrazia: il suo obiettivo è la creazione di una società
universale dei consumi, senza tribù né cittadini, costituita solo da quella nuova razza di uomini
e di donne chesono i consumatori.
McWorld assume per un attimo i colori delle culture che fagocita: la pop music,
ravvivata dai ritmi latini e reggae nei ghetti di Los Angeles; il Big Mac, servito a Parigi con birra
francese o confezionato con carne bulgara in Europa dell'Est; Topolino che
parla francese a Eurodisney. Ma, in fin dei conti, Music Television (Mtv),
McDonald's e Disneyland sono innanzitutto icone della cultura americana,
cavalli di Troia degli Stati uniti nelle culture delle altre nazioni.
McWorld è un'America che si proietta verso un futuro plasmato da forze
economiche, tecnologiche ed ecologiche che esigono integrazione e
uniformità. Un futuro che unisce tutti i paesi in una cultura globale
omogenea, messa integralmente in rete dalle tecnologie informatiche, dagli
scambi commerciali e dall'industria dello spettacolo. McWorld risulta
vincente anche in quegli ambienti in cui incontra l'opposizione delle forze
della religione e del tribalismo. Gli integralisti iraniani, se tendono un
orecchio ai mullah che li incitano alla guerra santa, con l'altro ascoltano
i programmi di Star television, l'emittente di Rupert Murdoch che
ritrasmette per l'ennesima volta gli episodi di Dynasty via satellite.
In Europa, in Asia e in America, i mercati hanno già eroso le sovranità
nazionali e dato vita ad una nuova cultura, quella delle banche
internazionali, delle organizzazioni commerciali, delle lobby
transnazionali, come l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio
(Opec), dei servizi mondiali di informazione (Cnn e Bbc) e delle
multinazionali. Sono questi i nuovi padroni di un mondo in cui gli
stati-nazione non sono più in grado di governare la loro economia e ancor
meno di controllare i movimenti di capitali sui mercati planetari.
Questi mercati, sebbene non producano né interessi comuni né una
legislazione comune, esigono non soltanto una moneta comune, il dollaro, ma
anche una lingua comune: l'inglese. Inoltre, generano comportamenti identici
ovunque, quelli di una vita allo stesso tempo urbana e cosmopolita. I piloti
di linea, i programmatori informatici, i registi cinematografici, i
banchieri internazionali, le celebrità dello spettacolo, gli esperti di
ecologia, i petrolieri, i demografi, i contabili, gli avvocati e gli atleti
costituiscono una nuova specie di uomini e di donne per i quali la
religione, la cultura e l'appartenenza etnica sono elementi marginali: la
loro identità è innanzitutto professionale. I beni della nuova cultura
planetaria sono sia immagini sia forme materiali, sono un'estetica ma anche
una gamma di prodotti.
E' una cultura ridotta allo stato di merce, in cui l'abito fa il monaco e il
look diventa una specie di ideologia. I centri commerciali, le piazze
"pubbliche" privatizzate, e i quartieri senza vicini delle periferie
residenziali sono i nuovi santuari di questa civiltà di mercato. I nuovi
prodotti non sono tanto beni di consumo quanto immagini, destinate a creare
un gusto unico planetario, per mezzo di logo, personaggi famosi, canzoni,
marchi e sigle pubblicitarie. I rapporti di forza diventano forze di
seduzione; l'ideologia si trasforma in una sorta di "videologia" i cui
elementi primari sono i bit e i videoclip.
La videologia è più sfumata dell'ideologia politica tradizionale, ed è
quindi più efficace per instillare i valori richiesti dai mercati mondiali.
Questi valori non vengono imposti da governi autoritari o da sistemi
educativi coercitivi, ma immessi nella cultura attraverso prodotti
pseudo-culturali film o pubblicità legati a una vasta gamma di beni
materiali, accessori di moda e giochi. Il Re leone, Jurassic Park e Titanic
non sono semplici film, ma vere e proprie macchine per commercializzare
prodotti alimentari, musica, vestiti e giocattoli. La cultura globale
americana di McWorld è pressoché irresistibile. In Giappone, per esempio,
gli hamburger e le patatine hanno praticamente sostituito i noodle e i
sushi, mentre gli adolescenti, per sembrare più "cool", si combattono a suon
di espressioni inglesi di cui colgono a malapena il significato.
Esiste un'attività intrinsecamente più globalizzante del commercio,
un'ideologia più indifferente al destino delle nazioni del capitalismo, una
sfida alle frontiere più audace del mercato? Per molti aspetti, i colossi
del mercato ricoprono spesso, nel commercio internazionale, un ruolo più
importante delle nazioni e dei gruppi etnici. Noi li chiamiamo
"multinazionali", ma gli appellativi "post-nazionali" o "anti-nazionali"
sarebbero forse più appropriati. Essi rifiutano ogni idea di frontiera o di
provincialismo, che limiterebbero la loro azione nel tempo e nello spazio.
"Sul pianeta Reebook recita la strombazzante campagna pubblicitaria delle
scarpe da ginnastica non ci sono frontiere".
Negli Stati uniti, su un famoso adesivo a favore del protezionismo si poteva
leggere: "I veri americani comprano americano", e molti statunitensi credono
che l'Accordo di libero scambio nord-americano (Nafta) abbia svenduto gli
interessi dei lavoratori. Ma quale sarebbe la macchina più "americana"? La
Chevy, fabbricata in Messico con pezzi importati da altri paesi, poi
riesportata negli Stati uniti per consumatori che credono di "comprare
americano"? La Ford, costruita in Germania da manodopera turca per essere
esportata in Nigeria? Come può la globalizzazione, definita in questi termini, essere compatibile
con la concezione tradizionale della sovranità nazionale e democratica? I
nuovi vincoli dei mercati sono, è vero, invisibili, addirittura gradevoli,
assortiti da una piacevole retorica di libertà di scelta e libertà del
consumatore. "Vi diamo la libertà, proclama la pubblicità di una catena di
produzione di patate al forno del Midwest americano, perché vi facciamo
scegliere la salsa di condimento!". La libertà mondiale somiglia sempre più
alla scelta della salsa di condimento per l'unico piatto disponibile.
Negli anni 60, Herbert Marcuse profetizzava la riduzione dell'individuo ad
un'unica sfaccettatura: un conformismo provocato dalla tecnologia più che
dal terrore, in cui la civiltà sarebbe stata ormai in grado di produrre solo
un "uomo a una dimensione" . Ma, all'epoca, l'altro versante della
dialettica di Marcuse il potere della contestazione era dominante e la sua
profezia sembrava esagerata. Anche se vedeva crescere le tendenze
totalizzanti, se non totalitarie, della cultura industriale, prevedeva la
nascita di forze che avrebbero potuto rompere quell'isolamento .
Oggi, vista la capacità del mercato di assimilare ogni differenza e
contestazione e di offuscare ogni opposizione ideologica la linea di
demarcazione tra informazione e spettacolo essendo quanto mai vaga i timori
di Marcuse acquistano rinnovata attualità. Il consumismo mondiale fa
incombere la minaccia di una società dove il consumo diventa l'unica
attività umana, e quindi definisce l'essenza dell'individuo.
L'unidimensionalità acquisisce una realtà geospaziale tangibile
nell'architettura dei centri commerciali, dove le piazze pubbliche sono
sostituite da spazi privati destinati ad ottimizzare il commercio. Questi
sono gli elementi più caratteristici di Privatopia, questa nuova città che,
distaccata dalla più vasta società delle masse volgare, multirazziale e
pericolosa offre un'oasi di quiete e sicurezza posta sotto stretta
sorveglianza.
Si è venuta a creare una confusione disastrosa tra l'affermazione
che una regolamentazione flessibile del
mercato sia lo strumento più efficace per la produttività economica e
l'accumulazione della ricchezza, e la pretesa delirante secondo cui un
mercato completamente deregolamentato sarebbe l'unico mezzo per produrre e
distribuire tutto ciò che desideriamo: dai beni durevoli ai valori
spirituali, dalla riproduzione del capitale alla giustizia sociale, dalla
redditività del presente alla protezione dell'ambiente per il prossimo
secolo, da Disneyland alla cultura alta, dal benessere individuale al bene
comune.
Seguendo tale pretesa, alcuni propugnano il trasferimento al settore privato
di settori dall'indiscutibile carattere pubblico, come l'istruzione, la
cultura, la piena occupazione, la previdenza sociale e la tutela
dell'ambiente. E perché allora non affidare a società commerciali anche la
gestione delle esecuzioni capitali?
Solleticano il nostro ego individuale, ma lasciano insoddisfatte
le nostre aspirazioni al bene comune. Offrono prodotti durevoli e sogni
effimeri, ma non creano identità o adesioni collettive. E così spianano la
strada a forme non democratiche di identificazione collettiva, come il
tribalismo. Se non siamo in grado di garantire alle comunità democratiche
l'espressione del loro bisogno d'appartenenza, allora il vuoto creatosi
verrà riempito da comunità non democratiche, a scapito della libertà e
dell'uguaglianza. Le bande rimpiazzeranno le associazioni di quartiere, le
tribù legate dal sangue prenderanno il posto delle aggregazioni di tipo
spontaneo. I mercati forniscono, a chi ne ha i mezzi, i beni materiali, ma
non la vita che desidera; la prosperità per alcuni, la disperazione per
molti e la dignità per nessuno. Le circa 26.000 organizzazioni
internazionali non governative non possono tener testa alle 500 maggiori
società multinazionali di McWorld recensite dalla rivista americana Fortune.
L'oasi di Privatopia La United States Information Agency (Usia) è forse più
abile di Hollywood a promuovere l'immagine dell'America? Che peso hanno le
Nazioni unite o il Fondo monetario internazionale (Fmi) sulla crisi
finanziaria asiatica, in confronto ai 1500 miliardi di dollari che
transitano quotidianamente sui mercati dei cambi?
Incapaci di soddisfare i bisogni delle comunità democratiche, i mercati non
riescono più a regolarsi per sopravvivere. Non sono in grado di produrre gli
anticorpi necessari per proteggersi dai virus, da loro stessi generati, del
monopolio e dell'avidità.
Abbandonati a se stessi, si lanciano in opere di ristrutturazione che li
portano a licenziare non solo i loro dipendenti, ma anche i loro
consumatori, senza rendersi conto che i due, come aveva ben capito Henry
Ford, costituiscono un tutt'uno. E' questo il paradosso di McWorld:
distrugge la base finanziaria dei consumatori di cui ha bisogno vendendo
prodotti a prezzi più competitivi; produce beni in eccedenza e sotto-produce
occupazione, incapace di cogliere l'interconnessione tra i due.
I fautori delle privatizzazioni sostengono che i mercati sono per natura
democratici. Essi confondono, ancora una volta, le scelte private del
consumatore con le scelte civiche del cittadino. La libertà di scegliere tra
ventisette varietà di aspirina e quella di optare per un sistema sanitario
universale non sono paragonabili. Ma la presunta autonomia dei consumatori
permette ai mercati di portare avanti un discorso populista: se non vi piace
l'uniformità di McWorld, non prendetevela con i suoi fornitori, ma con i
suoi consumatori.
Come se i circa 200 miliardi di dollari spesi negli Stati uniti per la
pubblicità siano stati destinati solo all'allestimento delle vetrine! Come
se i gusti dei consumatori siano stati creati dal nulla! Come se i desideri
e i bisogni su cui prosperano i mercati non siano essi stessi generati e
condizionati dai mercati stessi! Come se quella che un recente saggio
pubblicato dal New Yorker ha chiamato "la scienza dell'acquisto" non sia
diventata un attività lucrosa per i consulenti dei consumi, che insegnano ai
venditori come disporre i propri articoli in maniera strategica e invogliare
i clienti all'acquisto! Con la saturazione dei mercati tradizionali e la
sovrapproduzione di beni (4), il capitalismo non può più permettersi di
soddisfare soltanto i bisogni reali dei consumatori. Questi bisogni sono
creati di sana pianta con la promozione, il condizionamento, la pubblicità e
la persuasione culturale, in modo da assorbire l'offerta industriale. Mentre
la vecchia economia dei beni materiali prendeva di mira il corpo, la nuova
economia dei servizi immateriali punta allo spirito e alla mente.
Per promuovere una domanda mondiale di prodotti americani, è necessario
creare un sistema di bisogni su scala planetaria. Per le grandi marche
Coca-Cola, Marlboro, Nike, Hershey, Levi's, Pepsi, Wrigley o McDonald's
vendere prodotti americani vuol dire vendere l'America: la sua cultura
popolare, la sua presunta prosperità, il suo immaginario e anche la sua
anima. Il marketing riguarda tanto i simboli quanto i beni materiali, e non
mira a vendere prodotti, ma stili di vita e immagini: il cittadino agiato,
il cowboy austero, le stelle di Hollywood, un giardino dell'Eden senza
frontiere, la coscienza sociale, il "politicamente corretto", un universo
commerciale invaso e spesso dominato con somma ironia dalle immagini della
vita dei neri nei ghetti. Ma i neri raffigurati sono del tipo rappers
disinvolti, alla Michael Jordan, non certo gli emarginati che vivono di
sussidi e sono probabilmente destinati al carcere.
Nella cultura del fast-food, la priorità è data al lavoro,
mentre le relazioni sociali sono secondarie, il rapido prende il sopravvento
sul lento, il semplice prevale sul complesso.
Allo stesso modo, un servizio di trasporti pubblici efficiente frena le
vendite di automobili e danneggia anche le industrie dell'acciaio, del
cemento, della gomma e del petrolio. La maggior
parte dei nuovi gadget tecnologici, che dovrebbero "liberarci" dall'ufficio,
ci imprigionano in realtà in una zona di lavoro in costante espansione. I
fax, i telefoni cellulari, i modem per i computer, che dovrebbero renderci
più autonomi, non ci inchiodano forse con i loro tentacoli elettronici ad
una concezione del lavoro "sempre e dovunque"? Anche il walkman, invito ad
ascoltare la musica al lavoro o durante il tempo libero, ci spinge a
comprare cassette per ventiquattro ore d'ascolto quotidiane. E induce poi
altre forme di consumo legate al jogging, come le scarpe da ginnastica.
Inversamente, le scarpe da ginnastica fanno vendere walkman e cassette.
Nel McWorld dominato dai mercati, i dirigenti delle grandi imprese non sono
forse condannati a essere cittadini irresponsabili?
Dopo aver addomesticato Il Re Leone e annesso Times Square, la Disney ha
rilevato Capital Cities/Abc per 19 miliardi di dollari e possiede la squadra
di baseball degli Anaheim Angels. La News Corporation di Rupert Murdoch ha
acquistato la squadra dei Los Angeles Dodgers per animare il suo circuito
televisivo, la Fox Television Network, e per far concorrenza agli Atlanta
Braves di Ted Turner (vice-presidente di Time-Warner) e ai Florida Marlins
di Wayne Huizinga (Blockbuster Video). In effetti non avrebbe senso
possedere reti di diffusione o tv via cavo senza programmi da trasmettere...
Il concetto in nome del quale si costruisce questa frenetica integrazione
verticale porta il nome di "sinergia". Un modo elegante per dire
"monopolio". Come la maggior parte dei conglomerati di McWorld, Disney non
possiede soltanto studi di produzione, parchi tematici, squadre sportive, ma
anche case editrici, emittenti televisive, giornali, nuove città... Un
manager si è meravigliato della strategia commerciale di Disney che,
comprando Abc, ha raggiunto una dimensione più che mondiale: universale.
Sullo stesso modello, Paramount ha acquistato Simon and Schuster che detiene
Madison Square Garden e una squadra di basket (Knicks) e di hockey (Rangers)
poco prima di essere a sua volta rilevata da Viacom. Il pesce grosso è stato
mangiato da uno ancora più grosso...
I produttori di hardware devono comprare software; i padroni di emittenti
televisive devono acquistare cataloghi di film: è quanto hanno fatto Ted
Turner, che ha comprato e "colorato" il listino di film della Mgm, e Bill
Gates, il padrone della Microsoft, che ha acquistato i diritti delle
collezioni di vari musei, presto disponibili sui suoi Cd-rom. Bill Gates ha
installato gratuitamente Internet Explorer, il suo browser per navigare in
rete, su tutti i computer venduti col suo software Windows, in modo da
mettere fuori gioco il suo avversario Netscape. Tanto che il ministero di
giustizia è dovuto uscire dal suo abituale torpore per prendere misure
anti-trust .
Interviste culturali
di Ubaldo Buttafava

Vauro
Non pensi che in Italia ci sia una crisi della critica, della coscienza e forse della satira. Se c'è, come spieghi questo fenomeno?

Io ho sempre pensato, come autore satirico che la satira non sia una necessità, un bene di prima necessità; è un lusso. Però è un lusso dell'intelligenza, della capacità critica, è un lusso come la democrazia.
Più una società diventa ademocratica più i margini di questo lusso vengono ristretti, anche in modo coercitivo, basti pensare alla lista di prescrizione di Berlusconi, quando era in Bulgaria, che ha portato alla scomparsa dal video di Biagi e di Santoro, il primo della lista era Luttazzi, un autore satirico che operava in televisione, come peraltro non fanno più informazione Biagi e Santoro. Questo per dimostrare quanto labile sia il confine fra satira e informazione.

Non credi che ci sia anche la responsabilità di una certa "sinistra"?
Assolutamente si, e non solo sul piano della satira, ma in molti campi. Naturalmente questo si ripercuote sulla satira e non a caso in Italia non c'è più un giornale di satira, quando ce ne sono ad esempio due in Senegal.
E la questione non è se la satira è di destra o di sinistra, da noi c'è un terreno di cultura ben preciso, una cultura a cui una parte della sinistra sta rinunciando. Quella cultura che rifiuta l'omologazione, l'uniformità imposta; quella cultura che consentiva ancora alle persone di indignarsi, indignazione che è indispensabile alla satira.
Credo comunque che nel nostro paese ci siano ancora molti autori di satira e persone capaci di indignarsi.
Come vedi la situazione mondiale alla luce anche dei documenti del Governo USA desecretati in cui si afferma che Washington non permetterà a nessuno di minacciare la sua egemonia politica, economica e militare.
Certa sinistra si chiede sempre cosa potremmo fare per il "terzo mondo", perchè non ci si chiede cosa non dovremmo fare noi paesi egemoni? Dove sta andando il mondo, Vauro?
Mi viene in mentre Gramsci: "l'ottimismo della volontà, il pessimismo dell'intelligenza".
Il mondo sta andando verso una situazione catastrofica, pensiamo solo al problema ecologico, alle malattie che dilagano, se poi guardiamo allo strumento scelto dall'Impero per non sgretolarsi, lo strumento della guerra, vediamo che essa è divenuta una sorta di luogo comune, tollerato. E non dimentichiamoci che siamo di fronte ad un pericolo reale di guerra nucleare; questo è il pessimismo dell'intelligenza.
Ma c'è anche l'ottimismo della volontà, malgrado che il sistema globale dell'informazione sia nelle mani di un pugno di oligarchi nel mondo, i quali inquinano le coscienze delle masse, mai come in questo periodo migliaia di individui che diventano massa, ripropongono il tema del diritto umano, partendo dal diritto all'esistenza, alla salute, all'istruzione.
Si tratta di un agire politico non ancora particolarmente organizzato, non sempre decodificabile, ma è quell'agire politico che ha trovato ad esempio nella Pace, nelle bandiere, un suo primo linguaggio.
A suo tempo "L'Unità " uscì con il titolo di prima pagina: "La crisi più grave". In sostanza si sta realizzando il Piano della P2 di Licio Gelli; quali futuri vedi per il nostro Paese?
Molto spesso la gente mi dice: hai visto quello che ha detto Berlusconi? Ma a me lui non fa ridere, quando si arriva ad usare quel linguaggio che c'era sulla rivista fascista "La difesa della razza", parlando di "differenze antropologiche", credo che si sia di fronte ad un fenomeno molto preoccupante: l'imbarbarimento totale del linguaggio politico. Distruggere, disintegrare il messaggio politico dicendo di "parlare come parla la gente" in verità si esprime il peggio di ciò che pensa il peggio della società, la feccia.
In conclusione vedo una sinistra incapace di cogliere la portata drammatica di questa sfida, anche sul terreno del linguaggio, che poi esprime il contenuto; questo è il fascismo di oggi, la negazione della cultura, della dialettica, della critica; la volontà di negare alla collettività la capacità di reagire.
Non ti sembra che tutta la sinistra sia incapace di dare una risposta alla globalizzazione sui diversi terreni: economico, politico, ideologico, culturale, ecc.?
C'è un forte ritardo anche rispetto al Movimento, speriamo che sorgano nuove forme di aggregazione.
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Incontro con lo scrittore Zvi Schuldiner
Preoccupa il fatto che in Israele e in alcune comunità ebraiche degli Stati Uniti prevalga prepotentemente una corrente politica reazionaria, pensiamo ad Ariel Sharon e negli USA gli ultra ortodossi "messianici" e razzisti del m ovimento Lubavitch.
Fermo restando il rispetto per le persone di religione ebraica che hanno dato grandi personalità al mondo e tanto hanno sofferto nei secoli con l'Inquisizione, il nazismo, ecc., pensi che l'attuale forte legame con l'Amministrazione Bush continuerà, oppure no ?
Nel qual caso quali sono le componenti democratiche in Israele che potranno contribuire ad una soluzione giusta per la Palestina?

Non posso parlare del variegato mondo ebraico giacchè io vivo in Israele che è una cosa diversa. Io conosco la politica del mio Paese e debbo dire che in questo periodo è una politica di dipendenza dagli Stati Uniti; una politica bellicista, che mira all'espansionismo, e ciò non può portare alla pace.
Questa situazione non potrà che alimentare la guerra e la catena delle vendette.

La sinistra israeliana, democratica, che vuole la pace, quale forza ha di contrastare il Likud?

In questo momento la sinistra israeliana di cui faccio parte è molto minoritaria, dopo tre anni di Intifada, l'uso del terrore ha indebolito la sinistra. Anche all'inizio dell'Intifada non era molto forte, ma la reazione, la paura, oggi è la componente dominante, la paura sempre porta a destra.

Non è possibile che dietro certi gruppi ci sia l'imperialismo, la Reazione mondiale?

Questa è una questione complessa. Possiamo certo dire che dietro i Talebani c'erano gli americani, per cacciare i russi dall'Afghanistan; come è vero che dietro Hamas c'è l'Arabia Saudita, ma nello stesso tempo questo gruppo rappresenta la disperazione di un popolo occupato. E' per questo che si può dire che all'inizio Osama bin Laden era -come in effetti era- al servizio degli americani, ma poi si è trasformato in un'altra cosa; oggi rappresenta anche la problematica della globalizzazione, della dilagante povertà e disperazione di molti popoli, che spinge anche ad una posizione ideologica religiosa intransigente.

E' possibile che prima o poi prevalga in Israele una posizione che riconosca ai palestinesi il diritto ad una patria e alla restituzione dei loro territori?

Questa è più che una speranza, in quanto più del 60% degli israeliani sostiene la ritirata dai territori occupati. Questo non è in discussione, ma a causa di Barak prima e di Sharon poi, non c'è a Tel Aviv un vero interlocutore e oggi prevale la volontà di chi vuole continuare in questa situazione.

Come reagisce la popolazione israeliana a queste azioni di settori della Resistenza palestinese?

La reazione è ambivalente. Da un lato si vorrebbe la soluzione, e dall'altro si alimenta lo spirito di vendetta.
Intervista al poeta
statunitense Sam Hamill
( Hamill ha raccolto circa 200 firme di artisti, scrittori e personalità, contro la guerra che si stava preparando contro l' Iraq, rifiutandosi in seguito di incontrare Bush)
D. : Qual' è l' atteggiamento degli intellettuali del Partito Democratico ?
R. : Beh, non posso parlare per tutti i democratici, la mia valutazione è che essi in generale sono stati spinti troppo a destra, per cui ora non abbiamo una voce forte e autorevole.
D. : Per cui alle prossime elezioni negli USA come andranno le cose ?
R. : Sarà dura, io ho qualche speranza.
D. : Cosa pensi dell' attentato terroristico dell' 11 Settembre ? Ti faccio questa domanda pensando al pericolo che negli anni '50 indicò Eisenhower del crescente potere del Pentagono sull' Amministrazione ?
R. : Io so che dalla seconda guerra mondiale in poi gli Stati Uniti hanno bombardato circa 40 nazioni nel nome della democrazia, oggi nessuna di queste è un Paese democratico. La verità è che noi bombardiamo le persone per il bene del capitalismo.
D. : Qual' è l' attaggiamento della potente Comunità ebraica nord americana verso l' attuale involuzione politica ?
R. : E' difficile dire ciò che pensa la Comunità ebraica nel suo complesso. Penso che come tutti noi viva un conflitto; da un lato vogliono proteggere il loro popolo in Israele, dall' altra parte molti sanno che come in passato certi legami non funzioneranno sempre.
D. : Come pensano i cittadini americani di contrastare la deriva guerrafondaia ?
R. : E' sbagliato supporre che le persone negli Stati Uniti comprendano il problema e che quindi lo contrastino. Negli USA 4 gruppi oligarchici controllano il 95 % dei Media, quindi l' opinione pubblica riflette i Media. In Italia il vostro Primo Ministro possiede i Media, in America i Media possiedono il Presidente. Questo è il problema. Non ci si può aspettare Pace e Giustizia imponendole dall' alto per volontà degli oligarchi. L' informazione deve essere democratica, onnicomprensiva. Se gli americani avessero capito quello che il Governo ha fatto, credo che Bush, avendo mentito, sarebbe stato accusato di crimini di guerra.
Incontro con un inviato speciale
Italo Moretti: la professione
del giornalista oggi
Quali cambiamenti sono avvenuti nella professione giornalistica?
I cambiamenti avvenuti negli ultimi tempi nella professione del giornalista sono positivi e negativi al tempo stesso. Sono positivi nel senso che lo sviluppo tecnologico ha fatto si che quello che viene definito " villaggio globale ", cioè il pianeta terra guidato dagli uomini, fosse in grado di ricevere in tempo reale immagini e notizie su fatti che accadevano in quello stesso momento. sciagure, fatti politici, meno le guerre che sono sempre più occulte, ma insomma tutti gli eventi in grado di coinvolgere l'attenzione mondiale. Eventi che attraverso le antenne paraboliche che spiccano oggi dai villaggi di tutto il mondo, anche perciò nel terzo mondo, ( pensiamo alla CNN che opera sul posto) entrano in tutte le case.
La CNN è l'esempio di una rete capillare di corrispondenti nei 5 continenti, pronti a raggiungere immediatamente i luoghi dove avvengono fatti che stimolano l'attenzione internazionale.
Ad esempio la CNN nella guerra in Iraq ( e con certi limiti nei Balcani) ha servito tutte le televisioni.

Quali sono gli aspetti in qualche misura negativi, anzi direi io, negativi in assoluto. Per quanto riguarda l'approfondimento e la conoscenza da parte del cittadino?

Questi sviluppi tecnologici, questa facoltà via satellite e Internet che hanno i proprietari dei grandi giornali e dei canali televisivi ha indotto costoro a ridurre l'impiego del giornalista, che una volta era l'inviato speciale, spesso specializzato per le realtà delle singole aree del mondo, a limitare gradualmente la funzione, privando così il giornalista stesso della possibilità di analizzare il fenomeno, nel momento in cui si verifica. Nel senso perciò per cui egli non è più provvisto di quelle conoscenze, di viaggi, di letture, di interventi necessari, su di un determinato tema o continente.
L'informazione televisiva si accontenta delle immagini che sono accompagnate da brevi didascalie. Che non consentono, se non a pochi, più che altro agli addetti ai lavori, di intendere la realtà , il significato di quanto sta accadendo in quel momento.
Ora questo è il grosso neo che si sta verificando, in Italia e non solo. Qui da noi in particolare assistiamo di fatto che i grandi gruppi editoriali e il sistema televisivo pubblico e privato si sono sempre più accontentati di distribuire notizie brevi; una volta i servizi duravano due, due minuti e mezzo, oggi durano 50 secondi e con questi tempi non si può spiegare niente; quindi non è possibile analizzare, spiegare e inquadrare la notizia in un contesto razionale, di natura economica, politica, ecc.
Questo è l'aspetto negativo che mortifica sempre più la professione del giornalista. Non a caso il Contratto dei giornalisti è fermo sulle tematiche che riguardano la funzione del giornalista ad un impiegato addetto ai compyter che rilancia il messaggio che riceve da Internet, certamente provvidenziale dal punto di vista della notizia, ma messaggi il più delle volte incontrollabili.

Nell'era della globalizzazione e del "pensiero unico" come creare un'informazione alternativa ai grandi ( 5 - 6 ) centri di informazione?

Sono anche di meno le Agenzie che monopolizzano l'informazione ( due americane, una inglese e una francese). Sono esse che scelgono le notizie per informare. Questo è il fatto che angoscia. Noi giornalisti dovremmo porci in contro tendenza, rispetto a questa violenza, a questa parzialità dell'informazione. C'è un rapporto dell'ONU che ha documentato la sperequazione tra le notizie che arrivano dal terzo mondo e quelle dal primo mondo.
Quello che si può fare? E' una domanda che riguarda innanzi tutti noi giornalisti, ma temo che oggi non abbiamo gli strumenti. Dovremmo avere più sensibilità ad un discorso di categoria, che individuale, dove spesso l'editore ha la meglio.
Vedo comunque che sia difficile che solo la categoria dei giornalisti riesca a contrastare questa situazione. Ci vorrebbe un'intesa, un'azione concordata con i governi. Dovrebbero intervenire ad esempio la Comunità Europea, l'ONU, le grandi Istituzioni internazionali, per farsi garanti dell'informazione ai cittadini.
L'informazione è un diritto e un dovere. Un diritto delle persone di essere informate compiutamente; l'attuale CUBA:
INTERVISTA A GIANNI MINA'
Globalizzazione significa, moltissimo, troppo, per pochi
e quasi nulla per il resto dell'umanità
di Ubaldo Buttafava
Il sitema riduce sempre più questo diritto.
Quali prospettive per la realtà cubana?
Mi pare che la realtà cubana da anni sia chiara, anche se le informazioni sono condizionate dalla propaganda, e venga ancora adesso - quarant'anni dopo - costruita negli Stati Uniti da agenzie pagate con baget di miliardi dalle multinazionali o da lobby politiche per discreditare tutto quello che non è conveniente per gli USA o per la loro politica.

Cuba ha già fatto il passaggio generazionale, il Ministro degli Esteri è un uomo sui 30 anni, il Ministro della Cultura ha 50 anni, quello dell'Economia e Vice Ministro è un ginecologo sui 40 anni.

Tutti continuano a dire, ma dopo Fidel cosa avverrà, ma quelli che prenderanno il testimone da Castro esistono ?; esiste anche un personaggio, che domani potrebbe fare il Primo Ministro, che è il Presidente del Parlamento, già Ambasciatore all'ONU per diversi anni, che ha lottato contro l'embargo, più di tutti, che è Alarcom, una figura di grande prestigio internazionale, dato che era il Vice Presidente della Commissione ONU per la pace fra Israele e Palestina.

Questo fa capire quanto sia diversa, da quella che viene normalmente ritenuta, la realtà di Cuba. Cuba ha fatto le sue aperture economiche, sulla linea fatta anche dai cinesi, ma voglio infine sottolineare una cosa: morirà Castro, chissà se l'isola farà ancora professione di comunismo, ma una cosa è certa, chi arriverà in futuro, dovrà fare i conti con l'orgoglio e la dignità che i cubani hanno guadagnato per merito della rivoluzione, in questi anni.

Quindi, chi pensa di arrivare a Cuba dopo, di trovare un popolo di lustra scarpe o di gente pronta e prona a qualunque richiesta fatta dagli Stati Uniti o dal mondo che conta, troverà una grande delusione.

Potranno esserci molti anti-regime o non più comunisti, quello che è certo è che i cubani non accetteranno di essere lo scendiletto degli USA come erano fino a prima della rivoluzione.

Quale può essere la risposta dei popoli alla globalizzazione?

Quello che è successo a Seattle e poi a Washington e poi a Vienna, dimostra che ci sono i muscoli vivi della società, che già si stanno ribellando ad un Sistema che non solo omologa tutte le persone, ma le omologa in basso, nella povertà.

Globalizzazione significa, moltissimo, troppo, per pochi e quasi nulla per il resto dell'umanità. Dice bene Eduardo Galeano: che strano mondo quello che viviamo, dove abbiamo due scelte, il capitalismo e il capitalismo. ma questo capitalismo che pare essere l'idea unica viene fruito solo dal 20% dell'umanità, mentre per il restante 80% è permesso di fare sogni di consumi, guardando la televisione, consumi che non farà mai.

Un cinismo senza limiti. D'altronde gli organismi internazionali chiamano i poveri: esubero di popolazione, gente che ha sbagliato a nascere, o è nata nel posto sbagliato. Siccome ha commesso questo errore, che si arrangi, non potrà mai vivere.

Dice bene, sempre Galeano: che strano mondo quello che viviamo, non essendo riuscito a risolvere il problema della povertà, ha deciso di fare la guerra ai poveri.

Ora io penso che questo non potrà durare, succederà se non si mette mano ad una riforma dell'economia mondiale che è ingiusta, quasi criminale, che tutto il mondo farà un'invasione biblica del nord. Sono stati molti, gli imperi grandi come quello della globalizzazione, che per presunzione, per egoismo, per assoluta insensibiltà ai bisogni degli altri, sono finiti miseramente..

C'è chi pensa che bisogna ancora aumentare i privilegi che hanno certe nazioni. Addirittura c'è una parte del nord in Italia che afferma che quello che hanno non basta; in nome di che cosa? Questo privilegio che godono gli USA, l'Europa occidentale, il Canadà , l'Australia e il Giappone, è pagato in modo drammatico dalla maggioranza degli esseri umani.

Allora non ci saranno Leggi, Guardia di Finanza, ecc. che fermeranno l'esodo, e i nostri figli pagheranno.
Conversando con Dante Llano
scrittore guatemalteco
Come potranno i popoli opporsi alla "cultura" delle centrali cosmopolite delle metropoli?
Rispondere è difficile. O la cultura globalizzata, che è poi quella nord americana, sopraffà le altre; cultura questa del capitalismo selvaggio liberista e prepotente, che vuole liquidare la cultura dei popoli, antropologica, attraverso la standardizzazione dei gusti, oppure, un'altra possibilità è che le altre culture riescano a trasformare il "pensiero unico", ad assorbirlo. E' una tendenza che si osserva in America Latina, qui molti artisti, artigiani, riescono a utilizzare i modi, i mezzi, che ha la cultura dei paesi dominanti e a convertirli in un'espressione della propria identità. E' un processo molto difficile, che è stato ben studiato dai nostri sociologi, che fa si che ad esempio l'artigianato latino-americano si sia adattato al mercato del primo mondo, però conservando i suoi connotati sostanziali, strutturali.

C'è un pericolo fascista di tipo nuovo, oltre a quello "classico" che tutt'ora c'è da voi, fatto di manipolazione sofisticata "non" ideologica, nei mega concerti musicali, nel cinema, nella T.V.? E' questo un pericolo reale, oppure no.

Non so se chiamarlo fascismo. So che hai ragione nel senso che la cultura del primo mondo si sta chiudendo sempre più in sè stessa, ponendosi in modo ostile contro le larghe masse del resto del mondo.

Nel primo mondo predominano lo sciovinismo, l'individualismo, l'egoismo e il rifiuto della politica, inteso quest'ultimo, un associarsi per un mondo migliore. Si guarda solo e unicamente il "nostro" benessere, c'è l'indifferenza verso la sofferenza altrui, il rifiuto dell'altro, dello straniero, del povero, del diverso.

Esiste il volontariato in cui molti giovani si trovano, il quale rischia di essere soltanto un ammortizzatore della grande contraddizione Nord-Sud.

Quello che tu chiami fascismo nuovo, io non so come definirlo, mi preoccupa molto. Ad esempio, nell'America Latina i ricchi si chiudono in quartieri blindati, sorvegliati da uomini armati; essi chiedono sempre più polizia, più " ordine ", non vogliono vedere ciò che di miserabile c'è fuori.
Tutto ciò indica tendenze pericolose.
IL CANNIBALE E' TORNATO
Com'era prevedibile il Dottor Hannibal Lecter è ritornato. Inutile dire che la produzione ha messo in campo fior di attori e di regista per garantirsi enormiprofitti. Va detto subito, prima di addentrarci nella breve analisi ideologica, che sia nella prima versione ( " Il silenzio degli innocenti") che nella seconda, non si può non constatare che l'industria americana del cinema, disponendo di enormi mezzi economici, ha a sua disposizione i migliori professionisti del pianeta, a cominciare dal gallese Anthony Hopkins.

Il risultato è che dal punto di vista del prodotto, della sua confezione, Hollywood sforna i migliori films; per noi, dal punto di vista formale, " Il silenzio..." è il miglior film di tutti i tempi, e Hopkins, prosegue la tradizionedei Laurence Olivier, Alec Guinnes, ecc, la migliore scuola di recitazione, quella inglese.

Nel film " Hannibal", la trama è la solita del racconto con Jodie Foster, il Dottor Lecter è un giustiziere imprendibile, che lotta da solo con un'intelligenza superiore e un 'astuzia micidiale contro tutto ciò che è negativo nell'essere umano.

Interessante è constatare che i portatori di questi mali sono sempre uomini delle istituzioni ( direttori di prigioni, poliziotti, politici). Lecter, come cannibale, serve a mascherare in parte il motivo di fondo che è appunto la corruzione del Potere; nello stesso tempo le parti in contesa sono entrambe criminali e malate, ma Hannibal ha secondo l'autore dei racconti Thomas Harris , una giustificazione " morale".

Il cannibalismo del dottor Lecter potrebbe significare la versione più esplicita e brutale della voracità dominante nella società " civile ", che si esprime però in Hannibal fuori dalle regole " normali ".

Alcuni psicologi hanno contestato il fatto che Hannibal ritorna ad "operare" dopo diverso tempo, per cui non può essere un vero serial killer. Ma Lecter non è un serial , non è così noioso, è un giustiziere. Più giusto della rivale-amata Clarice Starling, la quale continua a credere nella CIA e nell'FBI.

In "Hannibal" la scena finale in cui Lecter da da mangiare al poliziotto corrotto il suo cervello, dopo avergli sezionato il cranio, svela le motivazionipiù profonde del cannibale.

Nel primo film il tema di fondo era lo scontro fra chi è malato ( Lecter, Buffalo Bill) ed è vittima di questo Sistema, e appunto la società, la quale però è altrettanto patologica, ma secondo le norme.

Nel secondo il tema è la poliziotta Clarice che è presa fra il giustiziere e la Giustizia ufficiale tutta corrotta, al servizio dei ricchi e accecata dal denaro.

La chiave di questi due films, ricorda la pellicola con Alberto Sordi " Un borghese piccolo, piccolo" dove si racconta la vendetta individuale di un padre contro l'assassino del figlio.

In tutti questi films manca la critica più profonda delle cause che generano laviolenza, la follia, la corruzione. Ma non si può chiedere di più a certi intellettuali dell'impero del dollaro e della sterlina, alcuni dei quali hanno comunque dato capolavori come " Arancia Meccanica", " Quinto potere, " Qualcuno volò sul nido del cuculo", " Il dottor Stranamore", "Brian di Nazareth", " Priscilla, la regina del deserto", ecc.
Incontro conTommaso Cascella
Tommaso, viviamo in un'epoca di cambiamenti, anche sconvolgenti.
Nel contesto della globalizzazione, tu, figlio di generazioni di pittori e quindi memoria dell'arte figurativa, quale futuro intravedi per essa?

I cambiamenti continui e incalzanti sono il segno di questi tempi che definiamo moderni.
L'Arte delle avanguardie appartiene ai primi decenni del '900 ed è l'espressione di questo susseguirsi di scoperte e conquiste. In pochi anni si è rivoluzionato il nostro concetto estetico, di funzione e di linguaggio. L'Arte era identificata in madonne, paesaggi, nudi, ma in pochissimo tempo, siamo passati all'Astrazione, al DaDa, al futurismo. Un susseguirsi d'eventi perfettamente allineati ai temi che si vivevano dal piccione viaggiatore al telefono, dalla carrozzella all'auto, dalla mongolfiera all'aereo.
Tempi eroici e lontani, ma questa loro convulsione d'eventi sono così intimamente funzionali al sistema da cui sono nati che il ritmo di idee, oggetti, "rivoluzioni", continua sino ad oggi.
Dell'era della pubblicità, della moda, del messaggio occulto, quali possono essere le fondamenta e le soluzioni dell'arte, come espressione superiore dello spirito?

L'industria capitalista produce oggetti " bomba ad orologeria", cioè prodotti dove è già inserita la loro fine, proprio come le bombe ad orologeria. Televisori che dopo tot migliaia d'ore si devono gettare, idem per le automobili o per qualsiasi altro manufatto che, anche se fisicamente sopravvive ai tempi, è obsoleto per forma, colore e/o per presunta inaffidabilità tecnica: sarà sostituito dal nuovo modello. In Arte avendo alle spalle la gloriosa tradizione delle avanguardie storiche, l'operazione " usa e getta " è venuta spontanea ed, anche quì, perfettamente funzionale al sistema.
L'Arte è intesa come moda: quadri e autori venerati per poche stagioni e poi giubilati, archiviati e sostituiti da altri personaggi - meno cari e famosi - che propongono apparenti scelte in un circolo infinito.
Arte come prodotto allineato al mercato globale dove l'opera di un artista giapponese è indistinguibile da quella di un suo collega portoghese, greco o statunitense.
Arte come complemento d'arredo.
Queste comuni assurdità sono emblematiche del sistema di capitalismo privato o di stato che sia, dove neppure dove il "comunismo" aveva preso il potere di meccanismo di arte per il consenso e di "arredo" n'era esente; anzi le modalità delle direttive iconografiche erano precise per suffragare la visione della "dittatura del proletariato".
Insomma povera creatività e povero mondo. Penso solo che nel mezzo del bazar internazionale della globalizzazione, nel souk affollato di prodotti omogenei si aggirino artisti / poeti / zingari / nomadi che inventano e producono idee e le rivendano; che trasformino e risacralizzano oggetti/feticcio, che siano i primi "apostoli" di nuove isatnze. Inoltre, con l'allargamento -falsamente democratico- ma pur sempre allargamento degli utenti del mondo, dovrebbero emergere altre figure portatrici di valori creativi, che immagino tra gli yppies anni '60, il nomade o, in ogni caso, un "santo" inteso nel senso più ampio della parola.
Tu quale percorso intendi seguire per fare arte; per dialogare con la realtà e il futuro?

Il futuro della creatività dipenderà da questi personaggi che riscopriranno il vero senso dell'Arte e della Vita che poi sono la stessa cosa. sarà una guerra lunghissima che dovrà sconfiggere le ideologie e le religioni per riscoprire che tutti gli uomini sono artisti, santi e poeti.
CONVERSAZIONE
CON ERNESTO AGUERO
(Ampia sintesi)
Qual'è l'opinione dominante a Cuba sull'attuale politica dell'imperialismo denominata globalizzazione?
A Cuba, come per tutti, si pensa che così com'è la globalizzazione è un pericolo per l'umanità.
Noi diciamo che ciò che si deve globalizzare è la solidarietà, l'aiuto reciproco, la comprensione fra i popoli.
Invece sta avanzando la disumanizzazione, la negazione dell'uomo, l'oppressione di una parte sull'altra.
Come si pensa di avanzare a Cuba, con un modello alternativo, nell'attuale contesto mondiale?
Noi non abbiamo indietreggiato nelle nostre fondamentali conquiste, ne rinunciato ai nostri obiettivi di giustizia sociale per tutto il popolo.
Siamo coscienti che in certi momenti dobbiamo fare un passo indietro o rinunciare a certe conquiste materiali.
Ciò che conta è lo spirito, la volontà; siamo un popolo povero, ma nulla deve mancare ai bambini, agli anziani, ai malati. Questa relativa "povertà " impostaci -come è noto- dall'estero, diventa sopportabile quando è condivisa da tutti, quando regna la giustizia sociale.
L'unico modo per superare le difficoltà economiche è il lavoro, e in questo senso impariamo dall'esperienza internazionale.
Una delegazione della nostra Redazione è stata recentemente in sud America.
Kissinger ha dichiarato che Colombia, Venezuela ed Ecuador saranno il nuovo Viet Nam. Cosa pensi tu del possibile sviluppo in America Latina?
Ogni popolo tiene le sue caratteristiche, i suoi problemi, la sua via per arrivare alla rivoluzione. Va rispettata l'assoluta autonomia di ogni popolo, ma nel contempo dobbiamo esprimere tutta la nostra solidarietà.
Quando un popolo soffre, vive nella povertà estrema, mentre pochi godono di grandi ricchezze, iopenso che è naturale che si imbocchi la via della violenza rivoluzionaria, perchè non hai altra alternativa.
Gli esseri umani hanno un limite, possono sopportare fino ad un determinato punto, ma ad un certo momento si pensa se è preferibile morire nella speranza di una vita migliore per i propri figli, o continuare a soffrire.
Come si spiega a Cuba, il dramma del crollo del Campo Socialista?
Noi crediamo che questo fenomeno sia il risultato dell'abbandono sistematico di determinati principi, che non si possono violare. I partiti comunisti che vengono meno ai principi, che cioè non si appoggiano sul popolo, che ne ignorano le aspirazioni, vanno verso il disastro.
Io penso che queste sconfitte siano momentanee; che i comunisti debbano riflettere sugli errori fatti, per riprendere il cammino.
La pesantissima crisi recessiva di tutto il mondo capitalista non pone di nuovo la prospettiva della rivoluzione socialista?
Penso di si, ci sono le condizioni. Bisogna comprendere il momento esatto, le condizioni generali, l'esperienza storica. L'umanità sta camminando sulla via del cambio, non si può continuare con un mondo dove l'ingiustizia, le differenze economiche, il degrado ambientale crescono in modo esponenziale.
Alcuni pensano che gli sviluppi si avranno nel medio periodo, altri nel breve, vedremo.
L'Europa, con il suo peso politico ( se lo ha), che politica svolge verso Cuba?
C'è politica e politica. Ogni Governo europeo ha un suo atteggiamento, c'è chi non fa nulla, chi pensa di "assorbirci", ma i governi cambiano.
Noi confidiamo nei popoli, specie in coloro che ci vengono a far visita.
Io non dico che Cuba è perfetta, c'è molto da migliorare, ma noi facciamo affidamento sui popoli e sulle loro avanguardie.
Incontro
con Pietro Valpreda
Cosa pensi da "vecchio" anarchico, della situazione attuale, cioè del movimento antiglobalizzazione e della repressione avanzante; quali i scenari futuri?

Il movimento non deve essere contro un determinato potere globalizzato, quello USA, per cui ne esiste uno "buono",
quello tedesco, o altri. Bisogna essere contro la globalizzazione in quanto tale, perchè essa distrugge l'identità dei popoli,perchè serve alle multinazionali che lucrano con i brevetti sulle malattie ( vedi con l'AIDS), con i prodotti transgenici, ecc. Esistono in realtà gigantesche riserve alimentari ( riso, grano, ecc.) con cui si potrebbe sfamare tutto il Corno d'Africa per 6 anni, senza ricorrere ai transgenetici.
In India per esempio si coltiva da anni un tipo di riso transgenico per il quale questo Paese deve pagare agli Stati Uniti notevoli somme per il suo utilizzo, ogni anno, in quanto i semi delle nuove coltivazioni germogliati in India non sono utilizzabili per l'anno successivo.
Dunque, o la globalizzazione significa un nuovo mondo che va contro i poteri, contro l'ideologia del profitto, come dicevamo nel '68 oppure è da respingere, non è vera globalizzazione fra i popoli.
Oggi, sul movimento antiglobalizzazione tutti cercano di mettere il cappello, sono arrivati tutti.
Pressoché tutti i partiti hanno ignorato il significato del Movimento, si è ridotto il tutto ad una lotta fra lobbys.
Tu hai vissuto come pochi i tempi della strategia del terrore degli anni '60 e '70.
Quali analogie tu ipotizzi con il Governo attuale di Destra?

Guarda, io sono andato in galera quando al potere c'erano i socialisti e ne sono uscito grazie ad un Governo di centro diretto da un certo....Andreotti.
Diciamo che sono venute a mancare (e la cosa continua ancora oggi) una serie di garanzie democratiche; era il tempo del terrorismo. Non potevi dire: ne con lo Stato, ne con le BR, e passavi per terrorista.
A quel tempo non potevi partecipare ad una conferenza con i parenti dei detenuti o parlare di terrorismo partorito dallo Stato che venivi perseguitato.
Per l'oggi, facciamo un'ipotesi, che sorga cioè un'isteria anti islamica ( n.d.r.: l'intervista è stata rilasciata nei primi giorni di settembre ) alimentata dagli USA, isteria che non si è mai avuta per i numerosi crimini con milioni di morti, compiuti da Washington, è prevedibile che si registri la chiusura di certi spazi democratici, che si scateni una strisciante repressione, che non si possa più esprimere un giudizio sul genocidio in atto in Palestina, o sull'occupazione dei Balcani. E' difficile prevedere, non sono un indovino, non ho la palla di vetro. La democrazia funziona fin che i conflitti sociali non diventano antagonisti, poi lo Stato mostra il suo vero volto.
La società fondata sull'economia della grande proprietà dei mezzi di produzione e sul principio stimolatore del profitto, non ha portato ad uno sviluppo generale ed egualitario nel mondo. Come si può riaffermare un'ideologia di libertà, di nuova società di progresso per tutti i popoli e di pace?
Il problema è che il modello "occidentale" si è imposto in tutto il mondo. Le uniche resistenze le vedi nei gruppi etnici, in certi movimenti religiosi conservatori, ecc.
La questione si potrebbe risolvere tagliando il nodo gordiano.
In Africa, per esempio, manderei via tutti: governi fantoccio, organizzazioni no-profit, multinazionali, preti , e ridarei l'Africa agli africani.
Prima che arrivassero gli occidentali c'era un'economia certo primitiva, ma non si moriva di fame, di AIDS, ecc.
Trenta milioni di morti per la "peste del secolo", guerre tribali per religioni che non sono le loro, e poi diciamo che gli portiamo la civiltà.
Nessuno ha il coraggio di dire che noi abbiamo distrutto questo continente. E poi si raccolgono fondi per fare un pozzo, dopo che gli abbiamo inquinato i fiumi.
Si fanno incontri a Genova e altrove per fingere di voler aiutare il "terzo mondo", e la "sinistra" imbelle si unisce al coro della demagogia con "l'equo scambio", intanto la FAO con un bilancio di 120 miliardi ne spende la metà per gli stipendi dei suoi dipendenti.
Una vergogna.
Roberto Fernàndez Retamar
Il più prestigioso scrittore che vive a Cuba, le cui opere
sono lette e studiate in Europa, negli USA, ecc.
Quali caratteristiche ha oggi la cultura, la letteratura democratica e antimperialista in Sud America?
Io vivo nel Caribe, comunque credo che stiamo vivendo un momento difficile. Si parla degli anni '80 come di un tempo perso e così per gli anni '90. In questi decenni il neo-liberismo economico ha rovinato molti paesi, come l'Argentina, l'Uruguai, l'Equador, ecc.
Io credo che in queste circostanze una cultura democratica debba affrontare questa realtà e incamminarsi sulla via conseguente per dare soluzione ai problemi che vivono il Caribe e il Sud America.
In alcuni paesi (Venezuela, Argentina, Equador, ecc.) stanno formandosi forze democratiche, quale giudizio voi cubani date su di esse?.
Noi li vediamo con molta simpatia, comprese quelle forze che agiscono negli Stati Uniti. Esse si oppongono al neo-liberismo e alle imposizioni straniere per cui ne abbiamo un'opinione positiva, come nel caso di Chavez. Lo stesso dicasi per tutti i movimenti nel mondo, si tratta per noi di una lotta per la vita del pianeta, di una visione umanistica, direi ecumenica, per il futuro dell'umanità.
Siamo di fronte ad una crisi storica, non solo del cosiddetto "socialismo reale", ma dell'imperialismo e del capitalismo, con la stagnazione e la recessione. Noi dal nord del mondo vediamo bene le prospettive rivoluzionarie in America Latina, voi che quadro vi siete fatti del futuro del mondo, del suo percorso.
Io sono con Gramsci quando dice di avere il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà. E' una situazione spaventosa; la crisi che sta vivendo il capitalismo può portare a catastrofi impensabili per l'umanità. Però quest'ultima non è disposta a suicidarsi e con l'ottimismo della volontà troverà la via d'uscita a questa crisi che pare imminente, come tu hai detto.